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Rivoluzione industriale
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LO SFRUTTAMENTO MINORILE AL TEMPO DELLA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

Dopo quella americana e francese la grande rivoluzione del Settecento fu quella industriale, che, iniziata in Inghilterra verso la fine del secolo, raggiunse il suo massimo splendore nella prima metà dell'Ottocento.

L'invenzione di nuove macchine, cominciando da quelle tessili, permise di trasformare la produzione da artigianale in industriale.

Il primo settore in cui la meccanizzazione risultò efficace fu la filatura del cotone. Qualche anno dopo cominciò ad essere meccanizzata anche la tessitura del cotone, mentre per la lana bisognò aspettare i primi decenni dell'Ottocento.

L'introduzione della macchina a vapore, inventata da James Watt, fu di estrema importanza, sia nel settore tessile che in quello estrattivo e siderurgico.

Mentre si affermava l'importanza della classe borghese e gli imprenditori aumentavano i loro capitali, centinaia di migliaia di operai che lavoravano nelle fabbriche e nelle miniere, conducevano una vita misera e soprattutto pericolosa, con salari bassi, in luoghi malsani, lavorando 12-18 ore al giorno. Non lavoravano in pessime condizioni solo gli uomini, ma anche le donne e soprattutto i bambini.

 

GLI APPRENDISTI DELLE FILANDE INGLESI

 

In Inghilterra, al tempo della rivoluzione industriale, i fanciulli venivano assunti soprattutto per lavorare come apprendisti nelle filande: la filatura è infatti facile da imparare, non richiede forza muscolare potente, ma buona agilità delle dita. Oltre a ciò i bambini potevano essere pagati con circa un terzo del salario di un adulto e per la loro tenera età erano più docili e ubbidienti. D'altra parte già prima della rivoluzione industriale i bambini venivano impiegati in pesanti attività lavorative: dall'età di 6-7 anni, e a volte anche meno, aiutavano nei laboratori artigianali ed erano sottoposti a fatiche considerevoli. L'impiego di manodopera infantile nelle prime fabbriche non causò quindi grande stupore e parve abbastanza normale che si scegliessero innanzi tutto i figli dei poveri, che vivevano grazie all'assistenza dello Stato.

Soprattutto all'inizio della rivoluzione industriale i proprietari prendevano accordi con gli amministratori delle parrocchie, i quali si incaricavano di reclutare i giovani lavoranti fra le famiglie più misere. Un po’ con l'inganno, promettendo buon vitto, alloggio signorile e ricco salario, un po’ con la forza, gruppi di 50/100 ragazzi venivano spediti, come merce, a fare gli apprendisti nelle filande. I vantaggi andavano solo agli imprenditori, che ottenevano manodopera poco costosa, e alle parrocchie, che si toglievano un buon numero di bocche da sfamare. Per i fanciulli iniziava invece una vita terribile, piena di fatiche e sofferenze di ogni tipo.

Gli orari lavorativi nelle filande duravano fino a 18 ore, con turni anche di notte; le soste erano brevi; la disciplina era assai severa, sotto la sorveglianza di capireparto, che usavano punizioni durissime.

L'alimentazione insufficiente, la mancanza di riposo, la scarsa igiene dei locali, gli infortuni frequenti contribuivano a rovinare la salute di questi poveri fanciulli che, quando arrivavano vivi alla fine del loro apprendistato, dopo parecchi anni, avevano il fisico debilitato, deformato, talora mutilato.

Anche la loro educazione era pessima: vivendo per anni lontani dalle proprie famiglie, o spesso a contatto con gente rozza e brutale, crescevano ignoranti e senza principi morali.

Nemmeno la loro preparazione professionale, sebbene fosse prevista nel contratto d'assunzione, poteva dirsi soddisfacente: essi Sapevano fare solo poche operazioni con la macchina con cui erano costretti a lavorare per tanto tempo.

Certamente non in tutte le filande le condizioni di vita erano disumane e alcuni padroni erano sensibili ai bisogni dei giovani lavoratori, ma si trattava di rare eccezioni. Esistevano anche leggi che difendevano i lavoratori maltrattati e costringevano i padroni a fornire loro risarcimenti in denaro; però furono raramente applicate, almeno prima della metà dell'Ottocento.

 

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Aggiornato il: 17 dicembre 2003