Via Vittorio Emanuele Il
Giardino dell'Orticoltura

Il giardino, così chiamato per la presenza del grandioso padiglione-tepidario, costruito da Giacomo Roster nel 1879 per la Società toscana di Orticoltura, possiede al suo interno alcune sculture e strutture che risalgono al Novecento. Collocata dalla parte dell'ingresso di via Vittorio Emanuele, La piccola zebra, (1940), scultura in bronzo di Cesare Fiumi (?), è cesellata in superficie per ottenere gli effetti crollatici del pelame striato del piccolo animale e modellata con cura minuziosa fin nel particolare. Attraverso l'esempio del grande scultore di animali del primo Novecento, Sirio Tofanari, Fiumi ha ben presenti i precedenti illustri della plastica cinquecentesca, del Giambologna fra tutti. Egli tuttavia interpreta la tradizione in tono garbatamente verista, ricusando le marcate stilizzazioni déco di Tofanari, per aderire piuttosto all'esempio di Arturo Dazzi.
Nella zona centrale del parco, a breve distanza dal tempietto per la musica, è collocata, su una base in pietra serena, la scultura in bronzo di Angiolo Vannetti, I due cerbiatti, del 1940; l'opera, che rappresenta con grazia elegante i due animali impegnati in una lotta giocosa, è resa dallo scultore attraverso un modellato sintetico e forme agili, ma al tempo stesso caratterizzate da un'attenzione minuta al particolare. Il pensiero va ancora a precedenti illustri nell'ambito della scultura cosiddetta animalista della prima metà del secolo, da Sirio Tofanari al tedesco Albert Gaul, esponenti di un garbato naturalismo che fonde suggestioni neorinascimentali a lanciati ritmi déco.
Infine il Cavallino in bronzo di un artista non identificato, collocato su una piccola base pietra; esso si trova non lontano dall'estremità del giardino verso la ferrovia, in un breve spazio erboso, ed è rappresentato dallo scultore nell'atto di sorreggersi su tre zampe, mentre afferra la quarta con i denti. La tenerezza d cucciolo, dai gesti ancora impacciati, è sottolineata dalla sproporzione degli arti tipica della giovane età e dal pelame ancora arruffato, reso attraverso un modellato impressionistico, sensibile alla luce, che conferisce a questo piccolo bronzo una grande vivacità, rivelando la sua parentela anche stilistica con i numerosi picco animali creati dalla scultrice tedesca Renée Sintenis nella rima metà del secolo.


Manifattura di Signa, Maioliche decorative, 1911

Loggetta della Musica

La Loggetta della musica fu eretta in occasione dell'Esposizione Internazionale delll'Agricoltura del 1911, su disegno dell'architetto Giuseppe Castellucci, per esporre in quell'occasione le terracotte della Manifattura di Signa. Attualmente si trova purtroppo in uno stato di pietoso degrado, ma, benché rovinate, sono ancora ben visibili le maioliche decorative, prodotte dalla Manifattura stessa, che arricchiscono la struttura. In particolare: la balaustra tratta dal repertorio del Marrina (artista senese vissuto a cavallo fra Quattro e Cinquecento), i medaglioni con le teste di leone, il soffitto a cassettoni e, soprattutto, A fregio robbiano di putti con festoni che orna la trabeazione, originari coronata da un'altra balaustra, ora protetta da un tetto in cotto a spioventi. Quanto allo questa decorazione trova piena rispondenza nell'intonazione genericamente neorinascimentale dell'architettura, ed è espressione del tradizionalismo imitativo in voga sullo scorcio del secolo cui la Manifattura di Signa, sue straordinarie riproduzioni di opere d'epoca aveva dato un valido contributo.


Fontana-serpente, M. Dezzi Bardeschi, 1986

Belvedere


Realizzata nell'ambito del progetto di riquahficazione e restauro del Giardino dell'Orticoltura dall'architetto Marco Dezzi Bardeschi, la grande Fontana-serpente (1986), dello stesso autore, si snoda per alcuni metri lungo una scalinata che, dall'alto di un belvedere con accesso da via Trento, scende verso la ferrovia, nell'intento, poi non realizzato, di collegare questa parte del parco al più ampio e agibile spazio compreso fra via Vittorio Emanuele e via Bolognese. Una torretta panorainica al centro di un piccolo specchio d'acqua avrebbe dovuto costituire il completamente della struttura, che, per ora almeno, rimane invece isolata e costituisce una presenza enigmatica, anche perché lontana, al di là degli invalicabili binari, per i più abituali frequentatori del luogo, i bambini. Con il suo corpo maculato, irto di scaglie colorate e di pezzi divetro, materiali poveri, come fondi di bottiglie, frammenti di specchio, trafitto da banderillas (che però, nell'intenzione di Dezzi Bardeschi, possono essere anche ali), la grande bocca piena di denti spalancata da cui esce l'acqua, il serpente è inquietante come un idolo pre-colombiano e al tempo stesso buffo, proprio come il suo omologo collodiano che terrorizzava Pinocchio ma poi moriva dal ridere alla vista del burattino da lui stesso impaurito. Un riferimento fantastico che ben poté essere presente all'architetto fiorentino e che trova riscontro anche nello stile giocoso di quest'opera, ispirata all'esempio illustre del Parco Guell, opera immaginifica dell'architetto spagnolo Antoni Gaudi, realizzato a Barcellona fra il 1900 e il 1914 ( forse non casualmente vicini a quelli cui risale la parte novecentesca dello stesso Giardino dell'Orticultura). (R.C.)

 

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