Il lavoro dell'insegnante: disilludere.

Stefano Calamandrei

Freud aveva definito la professione dell'insegnante impossibile, insieme a quella del genitore e dello psicoanalista. A me sembra che la difficoltà maggiore di queste attività stia proprio nel lavoro psicologico che hanno in comune. Al di là degli aspetti razionali, quelli evidenti a tutti, dietro cioè i contenuti che il ragazzo deve apprendere, vi è un impatto psicologico alla base dell'educare: l'insegnante è un po' genitore e deve essere un po' psicoanalista.

Infatti c'è sempre un conflitto tra la giovane mente in crescita e la mente di chi sta insegnando. Crescere è entrare in conflitto con la realtà, e questa è spesso rappresentata dall'educatore. Si tratta di un vero e proprio scontro poiché per educare bisogna comunque che l'adulto introduca nel rapporto una quantità di disillusione, se vuol far crescere l'allievo.

E' un ruolo difficile, per questo, credo, Freud lo definisse impossibile. E' un ruolo che espone ad essere detestati, e questo non fa piacere a nessuno, ma è un ruolo fondamentale.


Sostenere il risentimento.

Molto spesso capita a genitori ed insegnanti di non riuscire a sostenere il risentimento che gli si muove contro quando si devono tenere posizioni disilludenti o autoritarie. Si può anche entrare in una crisi personale. E si può instaurare una tipica reazione difensiva, che a me sembra sia socialmente molto diffusa: abdicare alla propria posizione, arrivando a colludere col figlio o con lo studente. Cioè fare l'amico o l'indifferente, e cercare in qualche altra figura istituzionale, magari il preside, o peggio la polizia, quel qualcuno che metta un limite e si prenda la colpa dell'intervento limitante e disilludente, col risentimento relativo.

Affrontare il risentimento è il prezzo che si paga quando dobbiamo disilludere, ma dobbiamo capire che stiamo creando un'opportunità di crescita, poiché avere un adulto a cui contrapporsi, soprattutto nell'adolescenza, è importante come per un germoglio trovare un sostegno.


Il nostro discorso sull'assetto mentale dell'insegnante ci porterebbe lontano; cerchiamo, quindi, di focalizzare l'attenzione su un problema: la disillusione.
Un'altra difficoltà in questa operazione fondamentale è insita nel bisogno di essere il più sensibili possibile nei confronti degli stati d'animo dell'allievo. Questa sensibilità, che è una dote personale di cui tutti siamo ben forniti, è necessaria per valutare in ogni singolo caso la tolleranza dell'alunno alla frustrazione che necessariamente si evoca. Potremmo inquadrare buona parte delle difficoltà dello sviluppo psicologico in questa ottica.


L'educazione e la cultura sono prodotti che l'intera comunità si è data e propone o impone al giovane che cresce. Ogni nuova regola, ogni nuovo apprendimento si inseriscono nella giovane mente come limitazioni ulteriori alla propria libertà. Fin dalla nascita crescere è apprendere, ed allo stesso tempo limitarsi. Saper distinguere quello che si può fare da quello che è proibito. Dal piacere fine a sè stesso, al piacere possibile secondo le regole sociali. Dalla soddisfazione immediata irrazionale alla soddisfazione mediata possibile, condizionata nei tempi e nei modi. Si può proprio dire che crescere è frustrante, se non ci fosse una qualche ricompensa ad ogni nuova acquisizione, se ogni volta che si procrastina il piacere, non ci fosse un qualche vantaggio. Non credo che mai l'umanità si sarebbe evoluta, e nessun essere umano sarebbe mai cresciuto, se non avesse capito che è meglio la gallina dell'uovo.


Disilludere, non addestrare.

Per il bambino, fin dai primi anni, l'apprendimento di regole, imperativi, comportamenti sociali ecc. fa parte delle potenzialità che possiede. In base alle sue capacità di adattamento può fare proprie le norme che gli vengono proposte, le acquisisce attraverso vari meccanismi, mediando con il consenso od il rifiuto, ed adeguandosi con l'aiuto di vari meccanismi psicologici. Ma se queste esigenze vengono fatte valere troppo presto o troppo severamente, prima che il bambino sia sufficientemente maturo, o ricorrendo alla sola forza, o col ricatto del ritiro dell'affetto, il bambino non riesce a sviluppare le sue potenzialità e non acquisisce le norme. A quel punto al bimbo non rimane che sottomettersi.


L'educazione assume in questo caso la formazione di addestramento e produce risultati negativi, anche se il bambino esegue i compiti, ed apparentemente sembra fare ciò che viene richiesto. Il bambino, in questo caso, imita, ma non impara, e non cresce. Contemporaneamente viene rallentato il suo sviluppo. La maturità viene impedita, le funzioni si inibiscono o in casi estremi si paralizzano per l'ansia (debolezza mentale secondaria).


Queste aggressioni vengono assimilate dal bambino come proprie colpe, non come il naturale non sapere di chi deve imparare. Il risultato è che diviene severo con sé stesso e ritiene così di non valere molto, inizia a disistimarsi. Comincia in questa maniera un logorio interno che tende a bloccare il ragazzo. Cercherà di fare qualcosa di buono, ma ogni volta che si confronterà con un compito gli sembrerà di non saperlo fare, non apprezzerà mai ciò che ha fatto, e che può fare, chiedendo sempre di più a sé stesso, e rimanendo sempre insoddisfatto di sé. Col tempo, con i rinforzi negativi ottenuti a scuola, può cominciare, per salvarsi dalle autocritiche, anche a rinunciare a fare. Chi non fa non sbaglia, si dice, ed è questa la difesa inevitabile. All'inizio estrema difficoltà nel fare, poi aumentano sempre di più le evasioni dai doveri scolastici, fino al culmine dell'abbandono scolastico. Per un paradosso, come accade spesso a livello culturale, la severità nell'educare è considerata una qualità positiva, anche se non è altro che la conseguenza della severità assimilata nella nostra educazione infantile. In certi ambiti viene addirittura esaltata. Spesso i genitori giudicano il valore degli insegnanti proprio in base al loro livello di severità. E' il retaggio dell'educazione ricevuta.


Il luogo dove ha sede l'esperienza culturale.

Bisogna comunque considerare che per la psicoanalisi l'area della mente dove ha sede l'esperienza culturale, non è proprio un luogo individuabile nella anatomia cerebrale, ma un'area intermedia, l'area dell'illusione. E' una funzione che si estende in un luogo psicologico che è proprio del bimbo ma che si crea nel rapporto con un adulto. E' un'area che si è formata fin dalla nascita, insieme al pensiero, ed alla capacità di giocare. E' un posto di riposo, dove circolano le fantasie, le emozioni, e dove si può evocare il ricordo. E' il posto dove si pensa e quello dove si apprende. Molto spesso è un rifugio, ma nel ragazzo è un rifugio vasto, poco condizionato dalla realtà. E' il percorso della crescita che lo riduce progressivamente.

Capita spesso agli insegnanti di trovare un allievo che, presentando un compito palesemente sbagliato, sostiene di essere riuscito a farlo benissimo. Ed è difficile fargli cambiare idea. Si rimane colpiti dalla forza della sua negazione, sembra impossibile che non si renda conto. Tralasciando il perché sia accaduta un'esperienza del genere, possiamo vedere in quest'esempio la forza e la vastità di questo luogo in cui l'alunno si è rifugiato negando la realtà.

Per come è fatta la mente umana l'illusione, in senso psicoanalitico, rappresenta un ponte tra il mondo interno, di cui fa parte, e la realtà. Il bambino, ed ancora noi molte volte, pensiamo, ci illudiamo che vi sia una realtà esterna che corrisponde alla nostra capacità di creare. Cioè pensiamo che la realtà si adatti a noi, siamo noi a crearla secondo le nostre esigenze. Che ci venga incontro. L'accettazione della realtà non è mai completata del tutto in una persona, ed è gravemente carente in un ragazzo.
Nessun essere umano è libero dalla tensione di mettere in rapporto la realtà esterna con l'interna, con l'area dell'illusione che effettua la mediazione. In quest'area trovano forza e diritto d'esistenza i fenomeni artistici, religiosi e filosofici.
Nell'insegnare bisognerebbe tener presente questo fenomeno: da una parte l'area dell'illusione, il luogo dove il ragazzo apprende, si può aprire per accogliere contenuti nuovi solo se si dispiega nel rapporto con un adulto che porge qualcosa che il ragazzo possa prendere come proprio, come se l'avesse creata lui. Solo così si apprende. E contemporaneamente d'altra parte, con questa acquisizione, c'è una disillusione per l'ovvio scarto che c'è tra la cosa immaginata dal ragazzo e la cosa trovata reale.


E' evidente che per la psicoanalisi le funzioni della mente come volontà, intelligenza o memoria sono molto diverse da come vengono concepite nel senso comune. Sicuramente non sono strumenti utilizzabili a piacimento, reificati, come un file del computer da aprire a piacimento. Anche se insegnando farebbe molto comodo, e ci risparmierebbe molta fatica, se gli allievi potessero avere ogni tanto qualche bottone da pigiare che li facesse funzionare come macchine. Quello che fa fatica è in realtà il doversi mettere in gioco in un rapporto diverso con ogni allievo, ma è più una fatica iniziale, quella che pensiamo ci voglia per togliersi l'abito istituzionale degli obblighi che soffocano anche l'area d'illusione e di gioco dell'insegnante.


La funzione educativa della scuola: formare cittadini.

Per concludere, vorrei ricordare che la funzione educativa della scuola è formare i cittadini, e questa è prevalentemente una formazione emotiva. C'è una frase di Kant che definisce in maniera pessimistica l'uomo: …"da un legno così storto come quello di cui è fatto l'uomo, non si può costruire nulla di perfettamente dritto." Isaiah Berlin ha dato questo titolo ad un suo famoso libro "Il legno storto dell'umanità" in cui cerca di analizzare le "tempeste ideologiche che hanno alterato la vita di tutta l'umanità: la rivoluzione russa e ciò che si è portata dietro - le dittature totalitarie di destra e di sinistra e le esplosioni di nazionalismo, di razzismo, e, in certi luoghi, di fanatismo religioso, fenomeni che, curiosamente, nessuno dei più acuti pensatori dell'Ottocento aveva previsto. …Ma è bene rendersi conto che questi grandi movimenti partirono dalle teste degli uomini, cominciarono sotto forma di idee."


Quando si dice democrazia "matura" ci riferiamo ad un carattere specifico: quello legato alla maturità individuale caratterizzante i membri sani della comunità. L'intero peso della democrazia grava sugli individui che vanno maturando e che gradualmente diventano capaci di aggiungere un senso sociale al loro ben fondato sviluppo individuale. Cioè coloro che sono riusciti ad entrare in contatto con la realtà senza troppa frustrazione, e che così non sono costretti ad abitare nell'illusione. Non hanno la necessità di trovare negli altri, nei gruppi organizzati, un sostegno alla loro illusione sulla realtà, religiosa o politica che sia. Il sostegno degli altri serve a confermarsi l'un l'altro che la realtà è proprio come vogliamo noi, e così se ne nega, tutti insieme, l'evidenza. Sono cioè persone che cercano una risposta dall'ambiente, un sostegno alla loro illusione e che svilupperanno una psicologica tendenza verso la dipendenza come naturale evoluzione del loro bisogno d'essere accuditi.


Mi sembra evidente che i nostri ragazzi se non hanno trovato un sostegno a cui appoggiarsi per crescere, lo cerchino nell'ambiente che li circonda, soprattutto negli insegnanti, oltre che nella società, e cerchino una risposta alla loro sofferenza. Per questo è facile che siano pronti a mobilitarsi, sempre in gruppo, per l'ideologia che più favorisce la loro dipendenza, il loro bisogno di sicurezza, l'ideologia certa, con soluzioni totali, la perfezione da raggiungere purché neghi gli aspetti della realtà. Per questo penso che la scuola abbia una funzione fondamentale da compiere.


Solo da poco tempo l'uomo si è posto il problema di educare sé stesso per imparare a vivere meglio per sé e con gli altri. Da ancora meno tempo si è accorto dell'importanza dello sviluppo emotivo infantile. Ritengo che non sia il caso di raddrizzare il "legno storto" che c'è in ogni singolo bambino, per il semplice motivo che non ce n'è bisogno. Può divenire storto solo a causa dell'educazione o per l'assenza di essa. Bisogna lasciare piuttosto che cresca naturalmente, istintivamente diritto, grazie alla dose giusta di disillusione che necessita in ogni fase della sua crescita. E non importa nemmeno che debba essere perfettamente diritto, direbbe Winnicott, basterebbe che fosse sufficientemente diritto.

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