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Scuola e legalità: i bisogni e le esperienze
Giornata seminariale
Firenze - Auditorium della Regione Toscana - 9 dicembre 1999


Bisogni di legalità: il ruolo della scuola

Franco Cambi

 

1. Un triplice bisogno, anche a livello internazionale

L'affievolirsi, più volte e da più parti denunciato, del principio di legalità a livello internazionale - anche se, a sua volta, contrastato, ma non in toto, dalla crescita della democrazia, come assunzione di tale modello di organizzazione politica e di governo, che ha visto negli ultimi decenni una potente espansione nelle comunità-stati -, dovuto al predominio di Gruppi Multinazionali che si muovono, spesso, troppo spesso, al di sopra della legge, alle pratiche di Corruzione, ormai quasi planetarie, allo sviluppo della Grande Criminalità Organizzata e dei suoi capillari interessi che attraversano, un po' ovunque (o quasi), la società civile e la condizionano in modo esplicito e forte (si pensi all'America latina, se pure non nella sua totalità, ma anche alla Russia, etc.), reclama la messa-a-fuoco di una ripresa/rilancio dell'idea stessa di legalità, di una sua riconferma e ridefinizione, sottolineandone - in particolare - il suo "statuto" di disagio, di bisogno collettivo, anzi di triplice bisogno. E di bisogno proprio per evidenziare il suo connotato di cemento o di fattore-base di ogni convivenza sociale, di ogni organizzazione collettiva.

Senza legalità non c'è società, non c'è stato, non c'è - perfino comunità, nel tempo, in particolare, delle società avanzate (tecnologicamente e democraticamente), nelle quali il principio aureo della/delle libertà non può trovare il proprio contrappeso o il proprio alter ego che nella legalità, nel vincolo della legge condivisa, in quanto prodotta dalla "volontà generale".

Un triplice bisogno, si diceva, poiché esso è, insieme, politico, sociale e civile.

Bisogno politico: la legalità è il contrassegno-chiave del patto sociale moderno, poiché la legge è l'atto concreto della volontà generale e la materia stessa dello Stato. Oggi - nei fatti - questo principio appare variamente attaccato, e ciò sta avvenendo un po' dovunque, come rivelano proprio quegli aspetti planetari di esercizio del potere di sopra ricordati (Poteri forti multinazionali, Corruzione, Grande Criminalità). Si tratta quindi di rilanciare la Legge come motore del politico, dell'economico e del sociale ed è un rilancio sia teorico (che sbarri la strada a ogni legittimazione o giustificazione del non-legale) sia pratico-organizzativo (che dia corpo a politiche internazionali contro l'illegalità e i suoi poteri, muovendo da istituzioni ad hoc, dall'ONU alla NATO e oltre: fino alla DEA, fino al Tribunale per i diritti umani, etc..). Ed è - questo - un primo bisogno decisivo, per restituire visibilità e incisività e pregnanza al principio-legalità.

Bisogno sociale: è la stessa società civile che, a più riprese, se pure con molte ambiguità, rilancia questo bisogno, lo rende "palpabile", lo pone come urgente. Si tratta - in realtà - di una serie di bisogni: di sicurezza, di non-sopraffazione (si pensi al "pizzo" estorto ai commercianti), di non co-abitazione (forzata) con le varie forme di criminalità, spesso diffusa un po' ovunque nel corpo sociale. E qui il nemico sono le mafie (macro o micro che siano) che attraversano la società con effetti disastrosi di scollamento e di deriva rispetto alla legalità, ma anche la stessa corruzione che continua ad attraversare le società avanzate e, dall'ombra in cui agisce (spesso), le contamina con i suoi veleni, sottili ma mortali, di illegalità.

Bisogno civile: è il modello di convivenza civile che qui viene chiamato in causa; si vuole una convivenza non attraversata dalla paura e dal sospetto; si vuole uno stare - insieme del corpo sociale basato piuttosto sulla solidarietà (e ciò lo prova lo sviluppo dell'associazionismo e la sua presenza nei "punti caldi" del pianeta) e sul dialogo, sul rispetto e sulla "parità"; si guarda non certamente ad alcuna utopia, bensì al riconoscimento e al rispetto (ma anche alla valorizzazione funzionale oltre che etico-politica) delle regole. E le regole sono la legge, che fissa forme e limiti dell'operare-insieme nella società, costituendola come un corpo civile.

Se oggi emergono questi tre bisogni è perché la legalità risulta, insieme, voluta e offesa; voluta (da larghe masse oltre che dalle avanguardie legate alla tutela di una democrazia non-vuota e non-formale) come obiettivo-chiave da raggiungere; offesa nella realtà, e sempre più offesa proprio in quella società della Globalizzazione in cui il "qui custodiet custodes" o "chi controlla i controllori" (o i poteri forti, o il Mercato, o i Gruppi egemonici, qualunque volto abbiano) resta un problema inquietantemente e urgentemente aperto.

 

2. Il caso italiano

In questo quadro, poi, il caso-italiano è veramente un "caso": esemplare e limite (o quasi-limite). Qui da noi Mafie, Corruzione, Poteri forti spesso ab-soluti rispetto alla legge hanno creato un triplice affetto: 1) un "groviglio" di illegalità; 2) una legittimazione strisciante; 3) una quasi-tolleranza.

Quanto al groviglio si pensi alla realtà attuale del nostro Sud: la "questione meridionale" sembra in buona parte (anche se non solo) riassorbita nella "questione criminale"; l'espansione delle mafie è stata esponenziale, (si pensi alla Puglia), la loro militarizzazione altrettanto; la corruzione è stata (ed è?) capillare, istituzionalizzata (per così dire), custodita e protetta, e ha invaso buona parte del corpo sociale; la microcriminalità opera senza tregua da Nord a Sud; poi ci sono le altre illegalità, che solo nel confronto con quelle criminali possono apparire "minori", come quelle rispetto al fisco, rispetto alle funzioni-imparziali-del-pubblico-funzionario (dal poliziotto al magistrato), etc. Tale groviglio fa apparire l'Italia proprio come un "paese senza": senza tessuto civile globale e diffuso, senza legalità, ancora contrassegnato da una società civile e anche da uno stato di carattere pre-modemo (uno stato-"poliziotto", uno stato-re, e non uno stato-garante).

Per quanto concerne la legittimazione, essa è - insieme - politica e sociale. La politica legittima l'illegalità in quanto, spesso, troppo spesso, la pratica e la conferma ex professo come "necessaria" ("non c'è politica senza corruzione", ad esempio; oppure mantenendo posizioni di privilegio - illegale su punti-chiave della vita democratica, come l'informazione). Da essa viene assai spesso - un input all'illegalità piuttosto che alla legalità: e la storia dell'Italia contemporanea (dopo il '45, tralasciando il prima) è costellata di "eventi" di questo tipo (dai "golpe" tentati alle stragi, passando per la P2, etc.). Dal punto di vista sociale la legittimazione è nell'omertà (per paura o per continuità culturale), è nell'interesse economico che l'illegalità induce nella società civile, è nel consenso che trova presso comunità culturalmente arretrate o socialmente disgregate. Tutto ciò produce una forma mentis che non si oppone, non resiste, non si ribella, ergo tollera e legittima. C'è poi l'effetto di quasi-tolleranza che rischia di far saltare il tessuto sociale del paese: tolleranza per omertà, per consenso estorto, per interesse, per continuità varie, ma anche per indifferenza, per rassegnazione, per "noia". è l'effetto più disastroso che provoca un mutamento genetico nella convivenza sociale, dando corpo a "due società" e a "due Italie", in un clima di "guerra civile".

 

3. Alla ricerca degli anticorpi

Allora, che fare? Agire dopo aver analizzato e ponderato. Le analisi le possediamo, le "ponderazioni" (i progetti, i quadri-di-risposta) anche. Manca la volontà? Forse, ma non a tutti i livelli della società italiana. Così è la parte attiva, sana, motivata, illuminata, eticamente decisa e orientata che deve (come fa) operare una svolta e un risveglio, puntando sull'"ottimismo. della volontà", ma anche sull'adeguatezza delle strategie. Quali? Vorrei chiamarle le "strategie degli anticorpi", poiché si tratta di mettere in circolazione elementi capaci di contrastare il cancro dell'illegalità. Nei fatti e nei valori.

Primo: va ricostruita un'idea diffusa di società e di stato che, come dicevo, è assolutamente prioritaria e che deve vertere proprio sul ruolo della legge. Qui il lavoro è culturale, etico-politico soprattutto e, pur senza "pedagogismi", va messo in atto attraverso molte agenzie: dalla scuola alla chiesa, all'associazionismo, all'informazione. Molto si è fatto, ma non basta. L'impegno deve essere più forte e più capillare.

Secondo: dar corpo a un tessuto civile di Resistenza, che raccolga e coordini le varie agenzie e le loro iniziative, dia stimoli, offra modelli, etc.; che non va necessariamente istituzionalizzato in un Centro, ma che venga unificato e organizzato intorno a una Cultura, appunto quella della legalità. E qui sono molte le realtà che possono essere coinvolte, auspicando la crescita di questo tipo di associazionismo civile.

Terzo: coinvolgere la scuola; e in prima linea; come luogo di tutti e per tutti; da valorizzare nella sua funzione di formazione alla cittadinanza posta come suo dovere primario, e a una cittadinanza legale e democratica; da potenziare e guidare nell'organizzazione di queste attività e nelle stesse finalità che stanno oltre la trasmissione dei saperi a cui la scuola si è sempre più nettamente delegata.

Attraverso queste vie si possono davvero creare degli anticorpi? Sì, forse sì. Certo anche la lotta al sottosviluppo, alla disoccupazione, all'immigrazione clandestina, etc., fino a quella contro la dispersione scolastica, che coinvolgono scelte più di tipo economico e di controllo-del-territorio (in ogni suo aspetto), devono essere attivate. Ma da sole non bastano. Anche le mentalità, anche le culture vanno cambiate, "a cominciare dal bambino", sostenendolo poi nella sua crescita con una rete di iniziative e di agenzie civili, ma affiancate dallo stato.

 

4. La scuola in prima linea

Così la scuola ha un suo ruolo in questa "lotta di resistenza" all'illegalità: un ruolo culturale e, insieme, di formazione di mentalità (atteggiamenti, valori, modelli), pur sapendo che ad esso contrastano culture e mentalità di gruppi, di comunità, di aree pervase dall'illegalità' e dalla criminalità, macro o micro che siano.

Creare una cultura della legalità è il primo obiettivo della scuola, deve esserlo. E come? Lavorando nel curricolo e per vie extra-curricolari. Dando vita a un "universo di valori" che nel binomio libertà/legalità trovano il proprio volano (democrazia, dialogo, partecipazione, solidarietà, etc.). Nel curricolo si dovrà lavorare soprattutto trasversalmente, chiamando a raccolta varie discipline, individuando nodi o problemi comuni, con forte caratura etico-politica, sui quali innestare una riflessione intorno alla legalità. E qui sono proprio l'insegnamento storico, quello linguistico, quello filosofico (nella scuola superiore) a fungere da promotori e/o coordinatori. Certo è che dalla scuola di base, attraverso lo studio dell'ambiente sociale, attraverso la descrizione del vissuto sociale, passando poi a una riflessione su "diritti e doveri" (perchè no?) del cittadino e/o dell'uomo, tale processo deve prendere l'avvio.

Le vie extra-curricolari saranno invece quelle del raccordo con la società civile, con le sue agenzie formative, con le sue istituzioni, per costituire un complesso di iniziative (dalle mostre al teatro) per creare occasioni per riflettere (e, quindi, interiorizzare, almeno a livello di super-ego) sul principio-legalità.

La scuola poi, al proprio interno deve rispettare sempre la legalità, poiché, come sappiamo tutti benissimo, è l'esempio che meglio e di più educa, è l'habitat con i suoi valori vissuti che forma. Anche quello scolastico, se pure in modo "secondario". E tale rispetto emerge da una organizzata e realizzata "vita democratica", anche nel gruppo classe. Inoltre, la scuola deve valorizzare-culturalmente, eticamente, esistenzialmente - lo spirito di resistenza, il valore dell'eresia e dell'utopia, la visione divergente del soggetto: il dispositivo di una coscienza critica, che è sì solo un "affare" di coscienza, ben fragile rispetto ai poteri di condizione dell'illegalità, ma è – può essere – un punto archimedeo da e su cui far leva verso la legalità, anche nelle condizioni più compromesse. Se manca, invece, poco o niente è possibile.

Pertanto alla scuola spetta un quadrilatero di compiti: 1) attivare una cultura della legalità; 2) comunicare un universo di valori, una Weltanschauung elaborata, socioetico-politicamente, sulla legalità; 3) coordinarsi con altre agenzie per operare con esse e su di esse un "rinforzo" di formazione alla legalità; 4) istituzionalizzare le pratiche-di-legalità al proprio interno e valorizzare il "dire no", che già per Plutarco era il varco per la libertà politica e per noi, qui e ora, è anche il varco e il viatico per la legalità. Che poi alla scuola non si possa chiedere troppo è vero; la sua è una scommessa nella scommessa (qual è sempre il processo educativo/formativo); ma senza la sua azione, la sua voce la ripresa/rilancio ideale e vissuto della legalità si fa più remota e più fragile. E poi: se non la scuola, chi altro?

Può dispiacere questa idea della scuola come "ultima spiaggia", ma - nel suo realismo un po' brutale - è il segnale evidente, del rischio del presente, in cui - per molti aspetti - l'illegalità appare strategicamente all'attacco e, se non vittoriosa, capace di guadagnare spazio, molto, troppo spazio, e nella vita sociale e nella "vita mentale" dei soggetti.

 

 

Bibliografia minima

E. Bencivenga, Oltre la tolleranza, Milano, Feltrinelli, 1992

N. Bobbio, L'età dei diritti, Torino, Einaudi, 1990

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G. Lerner, Giustizia, le due Italie sono ancora in guerra, "La Repubblica",7.12.1999

E. Mauro, Il principio di legalità, "La Repubblica", 1. 12.1999

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G. Valentini, Regione di frontiera, "La Repubblica", 7.12.1999