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Scuola e legalità: i bisogni e le esperienze
Giornata seminariale
Firenze - Auditorium della Regione Toscana - 9 dicembre 1999


Formazione e legalità: competenze e percorsi

Michele Gagliardo
Responsabile dell'Università della Strada
Settore formazione del Gruppo Abele di Torino

GRUPPO ABELE:

    Il Gruppo Abele nasce a Torino nel 1966 per tentare di dare risposte alle persone in situazioni di disagio ed emarginazione sociale. Il 12 febbraio 1974 si costituisce formalmente in Associazione, ottenendo il riconoscimento della personalità giuridica privata. Impegnato fin dall'inizio in attività di accoglienza, il Gruppo Abele ha sviluppato, nel corso della sua storia, numerose altre attività di lavoro e culturali, alcune delle quali si sono poi rese autonome, com'è nello spirito del Gruppo, pur mantenendo uno stretto legame con le finalità e l'attività complessiva dell'associazione.
    Attualmente il Gruppo Abele è organizzato in circa 45 attività diverse, comprese nei settori accoglienza, lavoro e culturale, che impegnano complessivamente circa 150 operatori a tempo pieno e quasi 200 persone tra collaboratori, volontari e giovani che svolgono il servizio civile.

 

Buongiorno a tutti. Inizialmente in questo momento era previsto l'intervento di Don Luigi Ciotti che purtroppo non può essere qui ma, nel chiedermi di portare la riflessione del Gruppo Abele all'interno di questo seminario, mi ha pregato di portavi il suo saluto e la sua vicinanza rispetto a quello che si potrà costruire nel futuro a partire da questo incontro.

Il mio compito è quello di fare una riflessione sull'aspetto della formazione. Sento di dover affrontare questo tema con rispetto e spirito di confronto; il mio compito all'interno del Gruppo Abele è di coordinare il settore che si occupa proprio della formazione voi, in qualità di insegnanti, vi spendete quotidianamente nella formazione di base dei giovani: è una situazione estremamente interessante nella quale vorrei scambiare con voi alcune riflessioni relativamente ad alcuni aspetti che connotano i percorsi ed i processi formativi, con un profondo rispetto di questa vostra competenza.

Le riflessioni che pongo come oggetto del nostro confronto tentano di fare riferimento, di partire, dall'osservazione ed elaborazione della quotidianità lavorativa; per poi provare a confrontarle e offrirle, così, ad una vostra elaborazione futura.

Per noi la formazione ha un valore fondamentale, voi sapete che il Gruppo Abele non nasce subito con questa attenzione, si costituisce attorno ad una vicinanza più diretta alle situazioni di particolare difficoltà, di fatica, connesse ai percorsi di dipendenza o alla condizione dei minori. Torino, trenta e più anni fa, era una città nella quale veniva negata l'esistenza di situazioni di questo tipo e solo l'investimento e l'attenzione degli allora volontari del Gruppo Abele, consentì a quasi duemila persone con percorsi di tossicodipendenza di poter giungere in un luogo di aiuto ed accompagnamento, la nostra prima struttura di accoglienza.

Con il passare degli anni ci si è accorti che accanto alle attività di accoglienza doveva nascere altro, dovevano nascere servizi capaci di sostenere il lavoro dell'accoglienza, attraverso un contributo di tipo culturale, finalizzato alla produzione ed elaborazione di pensiero. Ecco allora che vengono attivate le realtà che si occupano in specifico di questa dimensione fondante del lavoro sociale e la formazione trova qui senso e finalità sociali: un supporto forte il lavoro quotidiano di accoglienza; senza l'esistere di queste possibilità di produrre cultura verrebbe meno anche quel risultato di accompagnamento delle storie più difficili. Ho descritto brevemente questa parte del nostro percorso perché trovo che sia utile per dare senso concreto al lavoro formativo, così come viene da noi inteso. In questa direzione vi leggo brevemente una frase molto breve di Elliot Jack, per partire da essa nel discorso che faremo insieme:

"il modo con cui le persone vengono trattate sul lavoro ha un profondo effetto sul loro atteggiamento nei riguardi della società e sulla società stessa. Non si può permettere che a criteri quali la produttività e l'efficienza della singola impresa venga attribuita primaria importanza quando è in gioco la forma stessa della società."

La formazione non è più strumento attraverso l quale si giocano produttività ed efficienza, metodi e strumenti, tecniche esasperate, ma una fondamentale tensione nel costituirsi come spazio nel quale si discute la forma di ciò che si immagina debba essere la società nella quale non tutti viviamo e vivremo. Un luogo all'interno del quale si attiva una costruzione collettiva della visone del mondo; visione che ricadrà direttamente sul come ciascuno si rapporta al mondo e quindi sugli stili e gli atteggiamenti comportamentali. In questa direzione diventano importanti le modalità con le quali si attiva il percorso formativo e cioè cosa succede nella formazione, come si è trattati, quali processi di costruzione di sapere vengono favoriti, come ci si organizza per apprendere e far apprendere; proprio perché sia possibile ricomporre uno spazio nel quale si possa discutere la nostra idea di società.

Con questa prospettiva, tutto ciò che è momento di crescita, di elaborazione, di formazione è un momento nel quale trova spazio questo obbiettivo, la definizione di una ipotesi di quella che dovrebbe essere per ciascuno una visione collettiva della società nella quale si vive.

Per attivare questo di processo elaborativo, ho provato ad individuare e descrivere quelle che, dal nostro punto di vista, si configurano come fattori peculiari, distintivi e li ho raccolti percorso sintetico e schematico articolato in otto punti.

Un primo punto: la domanda.

La formazione per poter essere attivata, per poter lavorare attorno alla costruzione delle ipotesi di relazione con il senso del proprio esistere, lavorare, incontrare altre persone, deve forzatamente incontrarsi con una domanda. Oggi questo non è semplice; la domanda ha molte caratteristiche, la domanda prima di tutto appartiene a soggetti diversi, persone diverse con storie, ruoli e figure differenti rispetto al loro lavoro, al loro quotidiano, alla formazione: pensate agli organizzatori, ai committenti, a quelli che sono i soggetti che vivono il percorso di formazione e ai formatori stessi. Un primo dato di complessità è connesso al fatto che l'elemento centrale, la necessità di lavorare attorno alla domanda formativa, è reso estremamente complesso in quanto richiede un intreccio di pensieri, bisogni e prospettive provenienti da più persone che si distinguono con dimensioni, contenuti e forme estremamente differenti.

Esiste poi una seconda questione, anch'essa molto delicata. Oggi ci sembra sia debole la capacità di elaborare domande generatrici: spesso lavoriamo all'interno di percorsi nei quali il risultato finale è rappresentato dalla costruzione di una domanda complessa attorno alla quale i soggetti danno senso ad un percorso formativo comune. Questo è il secondo grosso tema connesso al primo punto: in questo contesto storico e culturale appare estremamente difficile individuare degli orientamenti, dei criteri capaci di costruire domande articolate e approfondite generatrici di percorsi di riflessione ed elaborazione. La formazione è, quindi, anche strumento che aiuta le persone ad entrare in contatto con le loro domande, a vedere le loro domande, le loro ipotesi, i loro pensieri, per connetterle con altri soggetti e costruire visioni più complesse attorno a quella domanda. Se la domanda è, facciamo un percorso formativo sulla legalità quale altre domande complesse dietro questa ci sono. Che cosa può essere ulteriormente articolato e approfondito attorno alle domande che abbiamo reso visibili. Questo processo permette una definizione di quegli orientamenti difficili che inizialmente non permettono di vedere e collocarsi in modo chiaro attorno agli oggetti di lavoro. Questo aspetto e reso ancora più complesso, perché è anche parte dell'esperienza dei formatori, che faticano a trovare indirizzi e orientamenti, ad individuare una rotta. Penso che se esiste consapevolezza, lucida chiarezza di questa condizione, quello che potrebbe configurarsi come un problema assume la forma di interessante e ricco oggetto di lavoro, perché permette di costruire situazioni di reale ricerca, profonda e collettiva: tutti si interrogano su quelli che sono i propri orientamenti, le domande, i punti da cui ciascuno parte per elaborare e discutere le proprie visioni del mondo. Se ciò non avviene, se il formatore non ha ben chiaro che anche la sua è una posizione instabile, che parte da un suo presupposto, che parte da un suo pensiero che è in fase di costruzione, il rischio che si corre è quello di sovrapporre le proprie idee su quelle degli altri e quindi di trasferire dei percorsi, dei contenuti, senza che questi possano diventare elemento di processo di elaborazione, opportunità generatrice di confronto. Questa leggerezza porta con sé anche il rischio di produrre ulteriormente l'esclusione, perché se non sei così come i formatori enunciano, se non hai questa forma mentale, sei nell'errore, devi rifare tutto! Se non c'è questo percorso di elaborazione da parte dei formatori per aver chiari questi presupposti e i punti di partenza attraverso i quali essi incontrano ed aiutano ad elaborare le domande degli altri soggetti della formazione il rischio credo possa essere quello di una trasmissione sterile, poco produttiva che può avere come diretta conseguenza l'espulsione, l'ulteriore emarginazione.

Un secondo nodo degli otto che vi dicevo è rappresentato dall'attenzione alla soggettività e alla contestualizzazione nei percorsi. Noi viviamo in un mondo che riconosciamo come caratterizzato da tecnica e razionalità: tutto sia definito, regolato da schemi logici, razionali che si ripetono e in questa ripetizione danno la sicurezza della buonuscita, del risultato. C'è un modo giusto per fare, c'è un modo giusto per affrontare i problemi. IL fatto è che noi sperimentiamo quotidianamente che questa razionalità forte è inesistente, è solo una tensione, un muoversi verso un'idealità che non si confronta con il reale, col concreto, col quotidiano. Se ci muoviamo in quella direzione, se la formazione non è attenta a mettere in discussione questo stile tecnico e razionale noi produciamo una forte caduta, una forte diminuzione dell'attenzione alla soggettività dell'individuo e al come ciascuno si dota di strumenti specifici, particolari, personali per affrontare la ricerca del modo per fare le cose; i problemi e le vicende sembrano staccarsi dai contesti che le caratterizzano e le definiscono, che le rendono significative. La formazione dovrebbe aiutare a trovare la particolarità a valorizzare la soggettività, a potenziare le persone nella ricerca di strumenti speciali, personali, specifici e creativi per affrontare, leggere e risolvere i problemi. Come ciascuno può affrontare la situazione che è caratterizzata in un certo modo; che cosa è possibile e significativo fare attorno a questo problema che abbiamo descritto?

Da qui il terzo nodo. Che cosa ha senso fare nella situazione? Allora la formazione è anche ricerca della visibilità del possibile: come aiutiamo le persone a vedere ciò che è possibile fare e non solo che cosa si deve fare. ad aprire lo sguardo alla ricerca di ciò che noi vediamo possibile in quella situazione.

Significa costruire strumenti ed opportunità per riflettere ed interrogarci sui significati delle azioni che si compiono, tra noi e nei nostri gruppi, per interrogarci sul contenuto dei problemi, sulla complessità dei problemi, sui motivi e i significati delle domande e delle non domande che noi incontriamo, su quali interlocutori ruotano attorno alle questioni. Si può provare a costruire in modo partecipato una lettura delle situazioni e dare in questo modo una visibilità maggiore a quelli che sono gli spazi di intervento possibile, gli spazi di cambiamento. In questo senso la formazione diventa ricerca, elaborazione partecipata nella quale i formatori sono esperti di tecniche, di strumenti, di metodi per condurre la ricerca, ma i partecipanti sono esperti dei contenuti degli oggetti del lavoro, sono gli altri esperti con cui ci dobbiamo confrontare per poter portare a termine questa ricerca che ci vede impegnati nel tentare di rendere visibile che cosa ha senso e che cosa è possibile in quel particolare contesto attorno a quel tema.

Quarto nodo: la formazione come strumento per collegare il pensiero all'azione. Una ricerca nella quale l'attività cognitiva si intreccia fortemente e non solo è alimentata ed alimenta l'attività operativa relazionale. Il pensiero produce le azioni e le azioni, nel loro svolgersi, permettono di costruire un pensiero nuovo che origina ulteriormente un cambiamento operativo. Non possiamo estromettere il quotidiano, la forma delle nostre organizzazioni da questa connessione continua tra pensiero ed operatività, tra pensiero ed azione. Una delle questioni che si incontrano nella formazione è che la maggior parte delle persone partecipano a percorsi formativi così, come liberi individui, accantonando la loro appartenenza organizzativa, omettendo di essere espressione di una cultura organizzativa, di avere funzioni importanti all'interno di servizi, enti pubblici, cooperative. Penso che questo dato rischia di farci costruire dei mondi virtuali nel collegamento tra il pensiero e l'azione, di creare delle azioni che hanno solo un valore virtuale e non reale perché non vengono pensate e sostenute da una ipotesi che è fortemente controllata e verificata con questo aggancio con il quotidiano, che è un quotidiano fatto di organizzazione, fatto di problemi, di persone, di incontri, di processi decisionali, comunicativi ben particolari. Quindi, incontrare ed incrociare pensiero ed azione con questa attenzione, a far si che il quotidiano sia un elemento vincolante e non problematico, vincolante nel senso di determinante per produrre poi strategie ulteriori pensieri.

Quinto utilizzare il contesto del gruppo. Fondamentale è per noi la formazione come esperienza all'interno della quale il gruppo è uno degli strumenti centrali, tentando di superare gli elementi complessi, le difficoltà collegate a questa scelta. Il gruppo, fatto di una sua dimensione reale ed oggettiva; fatto di persone, con i loro percorsi, i loro modi le loro difficoltà ad esprimersi; fatto di spazi fisici nei quali si incontra, nei quali può lavorare, anche lo spazio organizzato in questo modo può facilitare ad ostacolare il lavoro. Il gruppo costituito anche da una sua dimensione sociale, dalla sua rete di, di incontri, la su e multiappartenenze che determinano i rapporti tra l'esterno e l'interno spesso origine di problemi e di difficoltà; un gruppo che dialoga, che incontra altri soggetti; un gruppo fatto di persone che hanno appartenenze differenti oltre a quella che portano all'interno e che attraverso queste appartenenze possono arricchire quel gruppo e quelle altre persone, con pensieri diversi provenienti da culture a volte differenti. Un gruppo fatto della sua dimensione più interna, più profonda, quella delle rappresentazioni, che è fatta delle esperienze faticose di vita nel gruppo, delle rappresentazioni che ciascuno porta all'interno, che è importante trattare ed utilizzare per poter portare a termine un percorso di elaborazione e di formazione. I

Il sesto punto è legato a quello precedente: la questione centrale dell'attenzione alle differenze. Lavorare con lo strumento gruppo significa porre attenzione alla soggettività, alla particolarità di ciascuno, mettere al centro le nostre differenze. Non è assolutamente semplice, rischia di essere una affermazione che ritorna più volte, che spesso sentiamo pervenire da molti soggetti e da molte persone. All'interno dei gruppi rischiamo spesso di lavorare per ciò che ci accomuna e per nascondere, perché è più complesso da affrontare ciò che invece si differenzia. Per noi fare formazione vuol dire essere attenti a ciò che non ci accomuna, a ciò che è peculiare e differente; tentando di costruire proprio partendo dalla visibilità, dalla valorizzazione di queste differenze, provando a costruire insieme percorsi condivisi.

Settimo, costruire e progettare ipotesi operative all'interno di percorsi di formazione partendo dai nodi di debolezza, dagli elementi di fragilità. Il nostro vivere è estremamente attraversato da debolezze e fragilità, da complessità, da frammentazione, da problemi che provengono da molti fattori che interagiscono tra loro, incontriamo linguaggi comunicativi differenti, spesso incomprensibili con contenuti particolari. Questi non possono e non devono essere dei problemi, ma il fatto di poterli tenere insieme, di poterli considerare ci permette di utilizzarli tutti: frammentarietà, incertezza, differenza, fragilità come elementi dai quali provare a partire per costruire l'ipotesi operativa. Ciò che rischia di essere un problema nei progetti comuni può provare ad essere invece la caratteristica nodale del nostro tentare di progettare insieme.

In fine, con queste caratteristiche e con questi nodi riteniamo che la formazione sia uno strumento che può contribuire alla valorizzazione delle persone, al renderle competenti nel leggere e muoversi dentro la loro cultura. Gli individui possano essere aiutati a rendere visibili pensieri, a costruire problemi complessi, a sviluppare delle progettualità di intervento, ad attivarsi e attivare concretamente altre persone.

Attraverso questi otto punti, spero semplici e capaci di generare confronto e ricerca, penso che sia possibile attivare processi di accompagnamento dei soggetti nell'occuparsi maggiormente del loro ruolo politico, del loro spazio, del loro territorio vitale. Grazie.

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