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Scuola e legalità: i bisogni e le esperienze
Giornata seminariale
Firenze - Auditorium della Regione Toscana - 9 dicembre 1999


Il senso delle regole nel sistema democratico

Pierluigi Onorato

1 - Il mio compito, come ha detto il presidente Scaglioso, è quello di offrire il quadro concettuale, cioè gli strumenti analitici, di cui deve disporre la scuola per affrontare il tema della legalità, e per educare al senso delle regole in una società democratica. Ed è un compito che è stato facilitato dagli oratori che mi hanno preceduto, sia dal presidente Passaleva. sia dal professor Scaglioso, perché entrambi hanno per così dire presupposto questo quadro concettuale che io devo esplicitare, ed hanno svolto discorsi che non sono altro che un'applicazione soggettiva, pratica ed esperienziale, anche molto viva e immediata, di questo quadro concettuale. Perciò i loro discorsi mi trovano completamente d'accordo.
Per sua natura, il mio discorso, a differenza dei loro, dovrà necessariamente recuperare un maggior livello di astrazione. Il che è certamente più ostico, per voi e per me, ma è anche indubbiamente proficuo nella misura in cui agevola l'individuazione e l'assimilazione di quelle coordinate analitiche che sono necessarie per insediarci tutti quanti in modo meno precario e superficiale nella cultura della legalità, e anche per capire (questo è un po' il sottofondo del mio discorso) a quale livello di crisi è oggi arrivata la cultura della legalità in un paese come l'Italia e forse anche in tutti i paesi di civiltà occidentale.

2 E' intuitivo per tutti che quando si parla del principio di legalità si allude alla necessità che tutti i soggetti della comunità considerata osservino le leggi vigenti. Ma quello che è importante sottolineare è che il principio di legalità assume un senso proprio e diverso nella sfera dei poteri pubblici e nella sfera della società civile.
Nella sfera del potere pubblico il principio di legalità significa che tutti i poteri istituzionali sono obbligati ad agire in conformità alla legge.
A qualcuno il principio può sembrare un'ovvietà. Ma non lo è, perché al contrario questo principio ha fatto fatica ad affermarsi nella storia e costituisce una conquista relativamente recente della storia delle idee politiche e delle istituzioni pubbliche. E tuttavia è una conquista che ormai si dovrebbe considerare irreversibile, che la scuola deve assumere come valore incontestabile della civiltà in cui viviamo, anche se purtroppo spesso disatteso e ignorato. Esso stabilisce che anche i poteri pubblici, tutti i poteri pubblici, devono rispettare le leggi date, le norme costituite per la regolazione dei rapporti della comunità politica. In altri termini, questo principio ha portato nell'età moderna a sostituire il "governo degli uomini" col "governo delle leggi".
Il "governo degli uomini" è per sua natura un governo che coincide con l'arbitrio, perché in esso sono gli uomini di governo (monarchi, principi, capi) che decidono secondo il loro insindacabile giudizio, senza essere soggetti ad alcuna legge generale ed astratta. Sono gli uomini di governo che stabiliscono di volta in volta la regola che più gli aggrada, che per così dire si fanno legge a se stessi e agli altri. Perciò il governo degli uomini significa arbitrio, significa tendenzialmente tirannia.
Al contrario "il governo delle leggi" sottopone tutti all'imperio di norme generali e astratte, che devono essere osservate sia dai governati che dai governanti. In questo governo, nessuno, nemmeno il princeps, può essere legibus solutus: non solo il principe aristocratico degli ordinamenti premoderni, ma anche il "principe" democratico degli stati moderni (cioè i governanti scelti per investitura popolare, i partiti politici in cui il popolo si organizza, etc.), nessuno può sottrarsi al dominio delle leggi. Perciò, se il governo degli uomini è costituzionalmente incline all'arbitrio e al capriccio personale, il governo delle leggi coincide in linea di principio con la giustizia, perché sottopone tutti alla autorità impersonale e imparziale di norme stabilite in via generale e astratta, per così dire senza guardare in faccia nessuno e senza privilegiare interessi particolari.
E' questa una conquista moderna, ma che si è sviluppata attraverso un travaglio secolare e ha le sue radici nella civiltà di cui siamo figli, nella civiltà greca, la quale elaborò il principio di "isonomia", vale a dire il principio secondo cui la norma è uguale per tutti, anche per i detentori del potere.
E non è soltanto una conquista della civiltà giuridica continentale (a cui appartiene l'Italia, come la Germania, la Francia ecc.), nella quale questo governo delle leggi, questa soggezione dei poteri alla legge prende il nome di "stato di diritto". Essa appartiene anche alla civiltà giuridica anglosassone, dove prende il nome di rule of law , cioè letteralmente dominio della legge.
Dalla Grecia, all'Europa continentale, sino all'America anglosassone, si può dire che questa conquista costituisce l'approdo storico irreversibile della civiltà occidentale, che però si è dimostrato dotato di una capacità espansiva molto più ampia dei confini storici della civiltà occidentale. Tanto che, dopo la seconda guerra mondiale, questo approdo storico della nostra civiltà è diventato, bene o male, appannaggio di tutti i paesi moderni; sicché, sotto questo punto di vista, è ormai il contrassegno di una civiltà potenzialmente universale. Come la concezione dei diritti dell'uomo, che è nata in occidente ma è diventata ormai patrimonio dell'umanità, altrettanto la concezione dello stato di diritto, nato in occidente nella civiltà anglosassone e continentale, è diventata tendenzialmente un connotato della politica universale.

2.1 - Cercherò ora di spiegare un po' meglio cosa significa nello stato moderno questa soggezione dei poteri alla legge, anche se ovviamente non posso esaurire il tema; mi basta fornire al riguardo alcune sollecitazioni culturali.
Col pluralismo istituzionale, che è frutto del costituzionalismo moderno, si è prodotto nell'ambito dello stato moderno una separazione dei poteri, nel senso che il potere non è più concentrato in un solo organo (che era per eccellenza il monarca) ma è dislocato in una pluralità di organi (che esercitano separatamente le diverse funzioni del potere, quella legislativa, quella governativa-amministrativa e quella giudiziaria). Orbene, questo pluralismo istituzionale comporta negli ordinamenti moderni un importante corollario: che tutti i diversi poteri sono soggetti alla legge, il che significa che possono essere discrezionali (cioè dotati di un margine di scelta entro i criteri stabiliti dalla legge), ma non possono mai essere arbitrari.
Anzitutto il potere di governo, che prima era esercitato dal principe, coadiuvato dai suoi dignitari e funzionari di fiducia, e poi si è articolato in una direzione politica e in una pubblica amministrazione affidata a una burocrazia professionale, generalmente reclutata per concorso, è come sappiamo bene un potere soggetto alla legge, cioè discrezionale, ma non arbitrario. Il governo è appunto l'organo che dirige la politica nel quadro delle leggi, così come la burocrazia statale cura l'amministrazione delle leggi al servizio della società.

Ma anche il potere legislativo, nel costituzionalismo moderno, è soggetto alle leggi, e più esattamente ad alcune leggi di rango superiore, che si dicono costituzionali. Il potere legislativo nell'emanare le nuove leggi opera scelte che sono ovviamente discrezionali, ma non possono essere arbitrarie, nel senso che anche le scelte legislative, nel costituzionalismo moderno, devono sottostare a regole e a principi che sono scritti nelle costituzioni rigide (cioè non modificabili con leggi ordinarie), com'è la costituzione italiana. Per emanare una nuova legge, quindi, il potere legislativo deve seguire determinate procedure previste dalla costituzione e poi deve rispettare alcuni valori fondamentali che sono i principi della costituzione.
Infine il potere giudiziario non fa altro che applicare la legge al caso concreto: sicché è un potere che per definizione è soggetto alla legge, tanto che addirittura si è definito il giudice come "bocca della legge" (bouche de la loi). Tuttavia, non bisogna dimenticare che anche il giudice ha un potere discrezionale, perché la legge in qualche modo lascia al giudice una sfera di autonomia interpretativa, che però non può essere mai arbitraria, perché la scelta interpretativa del giudice deve essere sempre motivata attraverso il riferimento alla legge, e all'ordinamento legislativo complessivamente considerato. In altri termini, la scelta interpretativa e l'autonomia della giurisdizione non può mai superare la soglia della manipolazione legislativa: guai se questo accade, perché costituirebbe un tradimento costituzionale della giurisdizione.

2.2 Prima di proseguire nel discorso, voglio a questo punto sottolineare un argomento che è molto importante, ed anche culturalmente difficile, ma che tuttavia mi preme ugualmente offrire alla vostra riflessione, perché è un argomento carico di implicazioni e di illuminazioni per la nostra vita quotidiana. L'argomento in sintesi è questo: la legittimazione democratica del potere pubblico non è una legittimazione solo "legale", cioè data solo dal rispetto formale delle leggi che il potere pubblica dimostra, ma è anche una legittimazione valoriale, cioè fondata su uno o più valori etici incarnati nel potere pubblico e socialmente condivisi. In altri termini, in una democrazia vitale, la legittimazione (e accettazione) sociale del potere pubblico non è soltanto di tipo procedurale, ma anche di tipo assiologico: il potere è legittimo ed è percepito come tale non soltanto perché rispetta le procedure, ma anche e soprattutto perché è emanazione e incarnazione di alcuni valori che sono i principi fondativi della comunità.
In una democrazia ben ordinata e ben intesa c'è un nesso inscindibile tra regole e valori. Questa profonda consapevolezza può e deve diventare un criterio forte per affrontare alcuni dilemmi esistenziali della vita pubblica nel nostro paese, che altrimenti rischiano di impoverire e disorientare lo spirito pubblico. Non ci sono regole democratiche che non siano in modo più o meno diretto e immediato la conseguenza di valori fondamentali della convivenza. Così come non si danno valori democratici che non si esprimano attraverso le regole, o che non richiedano l'autolimitazione delle regole. Ecco perché la legittimazione, cioè l'assenso della società civile al potere, non può fondarsi solo in un principio procedurale, ma deve radicarsi anche in qualche principio etico che sia intrinsecamente condiviso. Questo richiamo dei principi etici è l'annotazione che aprirà la seconda fase della mia esposizione, quando parlerò del principio di legalità nella società civile.

2.3 - Ma prima di affrontare la seconda parte della relazione, voglio fare alcuni cenni sulla odierna patologia del principio di legalità nella sfera dei poteri pubblici (poi purtroppo un'annotazione simile la dovrò fare per quanto attiene alla sfera della società civile). Sono semplici accenni, che poi voi, non solo come insegnanti, ma anche come cittadini e come lettori dei quotidiani, potete elaborare per conto vostro.
Per dire, forse in un modo un po' riduttivo, ma tuttavia significativo, in cosa consiste questa patologia del principio di legalità, può soccorrere una frase, che mi è capitato di rileggere in questo giorni, pronunciata dall'allora governatore della Banca d'Italia, Guido Carli, quando la magistratura incriminò alcuni uomini di potere per lo scandalo dei petroli. Guido Carli commentò l'incriminazione dicendo: "Questi giudici non hanno il senso dell'establishment". Cosa significa questa frase? Significa che, per Carli, il principio di solidarietà dentro il ceto di potere doveva prevalere sul principio di legalità; che la solidarietà di casta valeva più del rispetto delle leggi e del pluralismo istituzionale. Questa era, almeno sino ad un certo periodo, la cultura dominante in Italia, che prosperava non soltanto nel potere politico, ma anche nel potere giudiziario.
Per varie ragioni, anche di carattere ordinamentale, la solidarietà castale tra i ceti del potere abbracciava anche i magistrati. Per dirla un po' brutalmente, al pretore di in un paese di campagna non poteva mai venire in mente di incriminare il farmacista, il medico condotto, il sindaco o il parroco, con i quali si trovava a chiacchierare ogni sera, magari nel retrobottega della farmacia. Così come al procuratore della Repubblica non capitava mai di mettere sotto processo il ministro o l'uomo politico, che sovente incontrava nei salotti. La frequentazione personale era indice di omogeneità sociale e culturale: appartenevano tutti all'establishment del potere. E questa comune appartenenza era rafforzata da un ordinamento della magistratura che era ancora sostanzialmente gerarchizzato, sicché i vertici giudiziari che più naturalmente sentivano la solidarietà castale di potere erano in grado di scoraggiare o vanificare qualsiasi indagine o processo penale che potesse essere attivato dai magistrati inferiori contro rappresentanti del potere politico, burocratico o professionale. Poi però un decennale processo di trasformazione dell'ordinamento della magistratura ed anche una travolgente evoluzione culturale hanno fatto venire meno questa solidarietà castale del potere.
Prima un ordinamento interno della magistratura non più gerarchizzato, ma garante della indipendenza di ogni magistrato secondo il modello costituzionale (tanto da fare del potere giudiziario veramente un potere "diffuso" tra tutti i suoi componenti), poi il superamento dell'ostacolo rappresentato dal sistematico diniego parlamentare dell'autorizzazione a procedere contro i rappresentanti del potere politico, hanno consentito il pieno dispiegarsi dell'autonomia della magistratura e il conseguente esercizio del controllo di legalità anche verso il potere politico, burocratico ed economico.
Allora sono scoppiati gli scandali della nostra storia repubblicana e si sono celebrati processi che hanno segnato la vita politica della nostra democrazia, tanto che un grande giornalista poté affermare con qualche fondamento che la storia politica dell'Italia era storia giudiziaria. La lista dei 500 illustri personaggi che esportarono capitali all'estero, quando l'esportazione era vietata, fu tenuta segreta proprio dal governatore della Banca d'Italia, Carli. Lo scandalo e il processo cosiddetto dei petroli. Lo scandalo Sindona. Sino ai processi nati sotto il segno di "Mani Pulite" e allo scandalo di Tangentopoli. In queste e simili vicende si è venuta dispiegando la potenzialità democratica del principio di autonomia del potere giudiziario dal potere politico, soprattutto quando si è superata la mannaia del divieto di autorizzazione a procedere contro i politici. Sapete forse che Mani Pulite sarebbe nata molto prima se il Senato non avesse bloccato con il diniego dell'autorizzazione a procedere alcune indagini giudiziarie iniziate a Milano contro illeciti traffici tra il potere politico e quello economico locale.
Questo è quello che è successo, e che ha segnato la nostra storia recente. Ne è conseguito per la verità un aumento dell'esposizione del potere giudiziario verso l'opinione pubblica, la quale in qualche modo ha finito per investire il potere giudiziario di un ruolo di "pulizia morale" del paese, che è un ruolo istituzionalmente improprio, almeno nella misura in cui diventa esclusivo e compensativo delle altre e più fisiologiche agenzie di moralizzazione. Come ulteriore conseguenza s'è verificata anche non lo nego un'eccedenza comportamentale di certi magistrati rispetto al proprio ruolo istituzionale, che non è certo quello di angeli vendicatori o di giustizieri.

Per concludere su questo punto, la patologia del principio di legalità si è configurata da una parte come insofferenza del potere pubblico verso il controllo di legalità, dall'altra come vero e proprio conflitto tra potere politico e potere giudiziario, che ormai rischia di diventare un conflitto irrimediabile, proprio perché difetta ormai un linguaggio comune: non ci si parla, o meglio ci si insulta reciprocamente, perché si è persa la capacità di ragionare o anche di polemizzare sulla base di un referente comune, che è dato solo dal principio di legalità, valevole per il potere giudiziario, per il potere politico e per quello economico.

3 Questi accenni che ho fatto sulla necessità di un valore eticamente fondato e socialmente condiviso, e sulla patologica dissoluzione di un linguaggio comune, di una koiné, facilitano il passaggio alla seconda fase del mio discorso, che intende esaminare il ruolo della legalità nella società civile.
Cosa significa il principio di legalità nella società civile? Indica evidentemente ancora una volta la necessità che il comportamento degli individui sia conforme alle leggi e alle regole della convivenza. Dobbiamo rispettare il principio di regalità, in tutti i molteplici ruoli che rivestiamo nella nostra esistenza quotidiana. Non solo come contribuenti, ma anche nei luoghi di lavoro: gli insegnanti verso la burocrazia scolastica di cui sono parte; i medici nella libera professione o negli enti ospedalieri e nelle cliniche; gli altri liberi professionisti nell'esercizio delle loro professioni al servizio dei clienti. Altrettanto nella scuola: gli insegnanti, questa volta nei confronti dei discenti; i discenti e gli studenti in genere nei confronti degli insegnanti, o nel gruppo dei loro pari. Tutti siamo invitati al rispetto delle regole. Così anche nella famiglia, nel condominio di cui facciamo parte, cioè in ogni ruolo che volta a volta ci compete. Perché come singoli individui siamo portatori di più ruoli: siamo condomini nel condominio, figli o genitori nell'ambito della famiglia, insegnanti o studenti nell'ambito della scuola, contribuenti ed elettori nell'ambito dello Stato. Anche nell'ambito allargato e indifferenziato della società civile, siamo portatori di ruoli di cui spesso non abbiamo coscienza: quando facciamo una fila ad un ufficio postale, oppure siamo in tram, oppure semplicemente siamo utenti della strada come pedoni o come automobilisti, in ognuna di queste circostanze siamo titolari di un complesso di diritti e di doveri, che definisce propriamente il nostro ruolo.
Ebbene, in tutti questi ruoli il principio di legalità ci richiama al rispetto delle regole, come condizione imprescindibile della convivenza e della sopravvivenza della comunità civile, per evitare che questa si dissolva in una giungla dominata dai puri rapporti di forza, in cui l'uomo diventa lupo per l'altro uomo. Se non ci fosse il rispetto delle regole, anche la semplice circolazione stradale sarebbe impossibile, diventerebbe un rischio permanente. Solo il rispetto delle regole consente la diminuzione del rischio. Questa è in fondo la funzione dell'educazione civica (che ovviamente non è solo quella stradale) e del suo insegnamento nelle scuole di ogni ordine e grado. Anzi, questa è anche la ragione per cui l'educazione civica, più che una semplice materia curricolare, deve diventare un atteggiamento complessivo dell'insegnamento scolastico e uno stile di tutti i protagonisti della scuola.

3.1 - Ma basta soltanto una buona educazione? Basta il mero rispetto delle regole? Purtroppo oggi, sia nel pubblico che nel privato, manca generalmente anche uno stile di vita educato e rispettoso delle regole. Però, se anche questo stile fosse socialmente diffuso, esso non basterebbe a garantire le identità collettive che integrano e vivificano una società.
Prendiamo il caso della famiglia. Possiamo pensare che il principio di identificazione e di integrazione della famiglia sia dato semplicemente dalla buona educazione reciproca? L'identità di una famiglia, sia essa allargata oppure nucleare, non è certo ancorata al rispetto delle regole e alla buona educazione formale; ma è fondata su un'affettività condivisa, su un ethos comune. Un costume comune della famiglia, anche sul piano esperienziale ed emotivo, non certo una buona educazione, è quello che assicura la sua integrità e la sua ricchezza vitale.
Così nella famiglia. Ma altrettanto deve dirsi per la comunità politica. L'identità della polis non è data soltanto dall'esistenza di regole definite e dal rispetto delle medesime. L'identità della polis è data da una profonda sensibilità comune, come dicevano i romani da un idem sentire de republica. Se non abbiamo un comune sentimento della cosa pubblica, non possiamo sentire l'appartenenza alla comunità politica. C'è uno zoccolo duro, un nucleo stabile di valori che fanno e fondano la comunità, indipendentemente dalle differenziazioni sociali, politiche, ideologiche o religiose. Se le differenziazioni partitiche, che ci sono e ci devono essere in una società democratica, diventano differenziazioni totalizzanti, che distruggono il comune ethos fondativo, non ci sarà più neppure la possibilità di comunicare reciprocamente nel conflitto politico, di far interagire democraticamente le differenze, di esercitare un'autentica dialettica politica.

3.2 In questo modo siamo arrivati alla seconda parte del nostro discorso, che intendeva esaminare la patologia del principio di legalità nella società civile. Ma siamo anche arrivati ad attingere le radici culturali profonde di questa patologia, che indeboliscono le istituzioni come i singoli individui, la sfera della vita quotidiana come quella dell'agire politico. Questa crisi culturale ha colpito al cuore la funzione autentica e originaria dell'opinione pubblica, come sfera in cui tutta la comunità discute razionalmente, struttura le sue identità collettive, controlla le sue istituzioni ed è da queste interpellata e sollecitata.
A questo riguardo, purtroppo, non si intravedono ragioni di ottimismo. Siamo ormai ad un punto in cui non solo manca l'ethos comune, cioè il sentimento collettivo di regole condivise, e in cui a maggior ragione manca il pathos comune, la passione civile per questa polis; ma manca anche un logos comune, una razionalità e un linguaggio comune, una koiné, capace di assicurare un'autentica comunicazione nelle pubbliche e spesso anche nelle private discussioni. Manca perciò quello che è stato definito "patriottismo costituzionale", che nella civiltà moderna è a mio avviso l'unico possibile criterio di fondazione e di identificazione della comunità politica.

E invece siamo ormai precipitati dentro un processo di patologica dissoluzione della comunità. Un indice esemplare è sicuramente l'individualismo rampante, la diffusa arte di arrangiarsi, cui accennava Passaleva, che ha opportunamente citato il rapporto Censis. A questo proposito c'è un altro passaggio analitico del rapporto Censis che mi sembra molto significativo. Il Censis dice che l'Italia è diventato ormai un "paese contenitore"; non è più un "paese contenuto". E' un modo eloquente per dire che la nostra identità è soltanto formale, non già sostanziale. Come popolo, siamo identificati soltanto per il fatto che siamo contenuti dentro i confini geografici dell'Italia. Ma se si prescinde da questo contenitore territoriale, s'è dissolto ogni contenuto identitario.

3.3 Bisogna riflettere seriamente se a monte di questa dissoluzione della identità comunitaria non ci sia anche una causa culturale precisa, e cioè una concezione errata e fuorviante della moderna libertà, che si potrebbe definire come un'accezione sostanzialmente anarchica o come una banalizzazione libertaria del valore della libertà. Personalmente ne sono sempre più convinto. Alcuni accenni nello stesso senso sono stati fatti dagli oratori che mi ha preceduto. Dietro frasi ricorrenti del tipo "ognuno ha diritto di fare quello che vuole" oppure "ognuno la pensa come meglio crede", si nasconde spesso più che il rispetto, l'indifferenza per l'altro, ossia una tendenziale chiusura e fissazione egocentrica. Il rispetto per l'altro, se inteso autenticamente, non è indifferenza, ma preoccupazione della differenza: anche se non vuole eliminarla o reprimerla, si fa carico della differenza, non la rimuove. Badate che questo che sto descrivendo è un rischio culturale molto grave, perché conduce a pensare che tutte le idee sono uguali, e quindi sono tutte equivalenti, ma proprio per ciò sono anche irrilevanti, sia nella loro specifica diversità, sia nella loro generale significanza culturale (umanistica) e antropologica.
Se ci facciamo attenzione, questa perversa banalizzazione della libertà e del dialogo è chiaramente percepibile in molti talk show politici o di costume che affollano le nostre televisioni pubbliche o private. Spesso la discussione è più una rappresentazione che un dialogo, perché non c'è un minimo comune denominatore tra le diverse soggettività etiche o culturali. Se non c'è un minimo comune denominatore (né razionale né etico) le diversità non possono veramente confrontarsi e comunicarsi reciprocamente, ma restano indifferenti, o peggio ostili, l'una verso l'altra. Perciò ecco l'aberrazione teorica e pratica della libertà si approda alla conclusione che "ognuno ha libertà di dire e fare quello che vuole" e perciò "ti lascio nella tua libertà, mentre io mi accontento e mi glorio della mia". Ma questo vuol dire che ho una concezione di equivalenza delle nostre diversità, che mi porta a dire che sono indifferenti tutte le diversità. E questo apre tendenzialmente alla chiusura atomistica dell'individuo, alla progressiva metamorfosi verso il "paese contenitore", alla dissoluzione della comunità in una territoriale convivenza e in una formale tolleranza di "ghetti" incomunicabili tra loro. Ma se resta l'incomunicabilità, alla lunga, anche la convivenza e la tolleranza si trasformano in conflitto tribale.
Se ci guardiamo intorno, le incomunicabilità di culture e di mondi vitali si estendono e si intensificano in modo sempre più preoccupante. Mondo giovanile e mondo degli adulti: anche voi che siete in una zona di frontiera come la scuola, per sua natura più attrezzata per una comunicazione bilaterale, avrete certamente sperimentato l'incomunicabilità tra cultura giovanile e quella degli adulti, che diventa assoluta in certi settori della devianza giovanile. Mondo islamico e mondo cristiano: nell'era delle immigrazioni di massa, l'incomunicabilità tra queste due culture religiose rischia di diventare lacerante e distruttiva. Ma anche l'incomunicabilità fra il linguaggio economico e quello della solidarietà diventa ancora più grave e problematica in un'epoca in cui la globalizzazione la dilata su scala planetaria.

3.4 Nell'era della laicità e della secolarizzazione di massa è sempre più urgente recuperare una "religione civile" della polis, una virtù civile diffusa, fondata su una eticità, una passione e una razionalità comuni.
Un testimone attento della società contemporanea come il cardinale Martini, nel suo discorso per la festività di Sant'Ambrogio, ha denunciato il "decadimento della sapienzialità politica" e ha individuato nella "accidia politica", che è appunto indifferenza e apatia verso la polis, il male oscuro che affligge la società italiana. Ha parlato di "una convivenza fiacca, opaca, frammentata, una società senza forma". Ha detto che il rispetto dovuto a ogni persona viene confuso con un aprioristico giudizio di equivalenza delle idee e delle proposte. Anche dal suo discorso, sia pure nella riduzione giornalistica che abbiamo potuto leggere, emerge quindi una società senza forma, perché non rispetta le regole, ma anche senza contenuto, perché è priva di valori idonei a strutturarne l'identità. Si dissolve così la sfera dell'opinione pubblica, che ormai è una sfera in cui domina il chiacchiericcio o la rissa, strutturalmente incompatibili con la funzione propria per cui era nata l'opinione pubblica con la rivoluzione francese, come luogo in cui si esprimeva la razionalità della polis e si confrontava e si costruiva una identità comunitaria.

4 Potete quindi vedere a che punto abissale è precipitata la patologia della legalità, trascinando con sé il rispetto delle regole e la condivisione dei valori.
Ebbene, voglio terminare questo discorso richiamando ancora una volta il nesso strutturale tra regole e valori, che prima ho sottolineato. Ripeto, le regole senza valori impoveriscono la democrazia, la quale perde vitalità se decade verso una legittimazione puramente procedurale. Ma anche i valori senza regole conducono verso utopie di esito totalitario. Questo dilemma connota il carattere "tragico" del diritto. Viene in mente Creonte, re di Tebe, che secondo le regole nega la sepoltura a Polinice perché era morto combattendo in battaglia contro la sua patria. Questa mancanza di pietas verso l'uomo svela il carattere mostruosamente tragico del puro diritto, della pura regola, della pura norma, quando si dissocia dai valori fondativi che sono all'origine più o meno mediata di quel diritto. Solo Antigone recupera questi valori fondativi e osa sfidare il divieto di sepoltura; seppellisce Polinice, ma per questo va incontro alla morte. La tragedia di Antigone ci addita appunto il carattere tragico del diritto. Anzitutto delle regole senza valori; ma anche dei valori senza regole. La prima ipotesi connota lo svuotamento procedurale della democrazia. La seconda connota la tragica illusione delle utopie fondamentaliste, che in nome dei valori smarriscono il senso del limite, alla ricerca di un "uomo nuovo" e di "nuove terre e nuovi cieli" perdono l'umiltà antropologica con cui noi dobbiamo esercitare la nostra responsabilità nella storia.

4. 1 E' assumendo questo nesso ed esercitando questa difficile dialettica tra regole e valori che possiamo recuperare il senso della legalità democratica. Si misura a questo punto tutta la difficoltà del compito. Che è anzitutto compito della scuola, la quale è rimasta l'unica agenzia di socializzazione in grado di contrastare la deriva preoccupante dei mezzi di comunicazione di massa. Come ho già detto, è un compito che deve essere svolto non soltanto nelle ore curricolari di educazione civica, ma attraverso un atteggiamento culturale e uno stile complessivo del ceto insegnante e di tutti gli operatori scolastici.
Ho cercato di indicare in modo sommario le coordinate della cultura politica e civile che ritengo necessaria per svolgere questo compito, la quale deve diventare carne e sangue di questa scuola, deve essere il nostro linguaggio comune, il nostro modo di pensare e poi diventerà naturalmente anche il nostro modo di agire. Cosa è infatti la paideia a cui la scuola deve assolvere? Non è nient'altro che educazione nel senso etimologico del termine: portare fuori, condurre il discente verso il modello che con linguaggio psicologico si può definire "altro significativo", inteso non solo come persona stimata, ma anche come universo simbolico con cui identificarsi e confrontarsi criticamente. Se noi non siamo "altri significativi", come insegnanti, come genitori e così via, non possiamo educare. Solo una scuola ricca di risorse simboliche, che siano significative per la crisi dell'uomo moderno, può sperare di esercitare quel ruolo di socializzazione comunitaria e di ristrutturazione della polis, che è reso sempre più urgente dal deserto culturale dei mezzi di comunicazione di massa. In questo senso, a mio avviso, la scuola è diventata l'ultima trincea capace di contrastare e frenare la dissoluzione della comunità.

Ma deve essere la sede di una socializzazione comunitaria, appunto, misurata sulle ampiezza della comunità nazionale, e anzi universale; non una sede di socializzazione particolare, settoriale, ghettizzante, chiusa negli angusti orizzonti di culture autorefenziali. Perché in quest'ultimo caso sarebbe solo il prodotto e la riproduzione della dissoluzione comunitaria, non il suo superamento. Solo nel primo caso invece, la scuola sarebbe in grado di ristrutturare i presupposti per un autentica opinione pubblica, che sia luogo non più di chiacchiericcio e di rissa, ma di critica razionale, di dialogo fra valori, di confronto fra differenze politiche, culturali, religiose.
E questo risultato può essere raggiunto soltanto nella misura in cui si ricostituisce un minimo comune denominatore, che poi è quello configurato nei valori e nelle regole della costituzione. Si tratta quindi di ritrovare il bandolo di un "patriottismo costituzionale" capace di restituire alla nostra comunità il suo senso di identità (e anche di legittimo orgoglio); e di investire la scuola della sua alta e insostituibile funzione pedagogica in questa direzione. Ci si può chiedere se nella società civile esiste questo riconoscimento della scuola e del suo compito fondamentale, se è possibile questa investitura sociale. Non lo so. Probabilmente purtroppo non c'è. Però credo che seminari come questi riusciranno, se non a far maturare questa investitura sociale, per lo meno a far crescere nella scuola l'autoconsapevolezza del suo ruolo pedagogico e a mettere a punto gli strumenti culturali per esercitarlo. Non è facile, ma a voi spetta il nobile compito. Grazie.