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Scuola e legalità: i bisogni e le esperienze
Giornata seminariale
Firenze - Auditorium della Regione Toscana - 9 dicembre 1999


Saluto del Presidente del Consiglio Regionale

ANGELO PASSALEVA
Presidente del Consiglio Regionale della Toscana


Grazie Prof. Scaglioso e grazie a tutti voi che siete qui presenti. Ho il piacere di rivolgervi un saluto di benvenuto a mio nome personale e a nome del Consiglio Regionale. Questa giornata che ci attende mi pare molto densa di lavoro. Non è un convegno questo, ma piuttosto una giornata di studio e di lavoro con una finalità che è di estrema importanza per tutti noi, per la nostra società.

Oggi è la vigilia della giornata in cui si ricorda la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, che è del 10 dicembre del 1948: sono ormai 51 anni che questa solenne carta è stata sottoscritta dalla gran parte delle nazioni e siamo anche in vicinanza dell'anniversario della Convenzione dei Diritti del Bambino, che è del 20 novembre; è una Convenzione firmata da tutti gli Stati appartenenti alle Nazioni Unite e convertita in legge da quasi tutti i paesi: l'Italia lo ha fatto nel 1991. Si celebrano dunque in questi giorni due ricorrenze che vi riguardano assai da vicino: i Diritti dell'uomo e i Diritti del bambino, che secondo la Convenzione delle Nazioni Unite riguarda tutti i bambini da prima della nascita fino ai 18 anni. E' la fascia di età che comprende quella che noi chiamiamo "età evolutiva". Il riconoscimento dei diritti umani vuol dire innanzi tutto il rispetto delle regole, perché l'impatto sociale significa considerare la libertà come un valore assoluto per la persona umana, ma anche capire che la libertà non è licenza di fare tutto ciò che è possibile ma che la libertà di ciascuno di noi trova un limite dove iniziano i diritti altrui; non è quindi più libertà andare contro le regole, contro i diritti degli altri, altrimenti si crea il caos. Questo occorre capirlo e farlo capire ai giovani. Leggevo alcuni giorni fa l'ultimo rapporto del Censis sullo stato del Paese. C'è un'immagine che molti commentatori hanno considerata azzeccata per definire la condizione del nostro Paese per la fine di questo millennio. Secondo De Rita stiamo tutti vivendo in un pensiero di sorvolo; Eugenio Scalfari ha commentato: "siamo in una sorta di trasognamento irresponsabile, di dormiveglia privo di motivazioni forti, di precariato intellettuale ed etico, di emotività senza convinzioni". Se De Rita ha ragione, e a me sembra di si, nonostante ci siano molti fattori positivi che non bisogna mai dimenticare, c'è poco da essere allegri sul futuro della nostra democrazia. Estendendo il pensiero di De Rita e il commento di Scalfari, saremo passivi, deresponsabilizzati verso il futuro, preda di un gretto egoismo individuale. Ora so di parlare ad insegnanti, ad educatori, anche ad esponenti del volontariato che si impegnano in questo tema dell'educazione alla legalità, cioè a chi si confronta ogni giorno con le frontiere impegnative, delicate che sono quelle dell'educazione e in generale con il mondo dei giovani. Abbiamo tutti quanti, compresi noi che siamo impegnati in politica e nelle Istituzioni, una sfida da combattere che è proprio quella che è oggetto del vostro incontro, cioè la sfida all'educazione alla legalità. Ciò anche per salvare la sostanza della democrazia, considerando che un regime democratico non è mai dato una volta per tutte, ma si conquista ogni giorno con fatica e anche con quei riferimenti ideali che non si possono mai accantonare o dimenticare. La democrazia non è un dato ricevuto e immutabile ma è una conquista di ogni giorno.

Il contesto di oggi è certamente difficile. All'apparenza tutto sembra premiare la furbizia più che la preparazione, più che la profondità dell'essere. Sembrano lontani i tempi in cui coralmente ci si indignava di fronte alla illegalità, occorre non gettare le armi, occorre il coraggio della resistenza, anche della fiducia, della speranza. E' necessario educare i giovani alla bellezza di andare contro corrente davanti a comportamenti, piccoli o grandi che siano, che sembrano premiare le furbizie e qualche volta le illegalità diffuse, cioè trovare le scorciatoie, svicolare. Oggi la scuola è in una fase di transizione, di trasformazione. Io spero che il momento di difficoltà - potremmo chiamarlo di crisi - sia davvero una crisi di crescita, da intendersi come un momento difficile, che però prelude la fase puberale: il passaggio alla fanciullezza, all'adolescenza e poi all'età giovanile ed adulta, quindi crisi intesa come momento di difficoltà nella crescita.

Io mi auguro che sia proprio questo, però non bisogna mai dimenticare che gli insegnanti e le Istituzioni, quindi la scuola nel suo complesso, può fare poco in assenza della famiglia. Gli esempi più efficaci di cultura della legalità possono venire soltanto da comportamenti che i ragazzi devono vedere praticati nella vita quotidiana dalle loro famiglie. Nel difficile processo educativo la scuola, le istituzioni, le aggregazioni del mondo giovanile - oggi sempre più rare e sempre più in difficoltà - certamente da sole non sono sufficienti se non c'è anche la famiglia: è un circolo che deve chiudersi, e che comprende scuola, famiglia, tempo libero, associazionismo.

Proprio parlando di famiglia mi ha colpito ieri un trafiletto che prendo dalla cronaca di provincia: un educatore un parroco che faceva la predica in Chiesa - ha adattato alla sua comunità alcuni consigli diffusi tempo fa dalla polizia di Houston, nel Texas, dedicati ai genitori che intendessero trasformare i loro figli in perfetti delinquenti. Naturalmente questo veniva detto in modo provocatorio: la polizia di Houston si rivolgeva a genitori troppo spesso presi dal lavoro per stare insieme ai loro ragazzi, genitori che finiscono per ricoprire i loro figli non di affetto vero ma solo di quattrini. Fin dall'infanzia - questo è il primo punto del decalogo protocatorio della polizia Texana - date a vostro figlio tutto ciò che desidera: crescerà pensando che il mondo gli debba tutto. Secondo, non imponetegli nessuna formazione morale: quando sarà grande sceglierà egli stesso il proprio modo di vivere; terzo, non ditegli mai che questo o quello è un male o questo o quello non và fatto, potrebbe trarne un senso di colpa; quando lo arresteranno perché ha rubato un'auto, si persuaderà che è la società a perseguitarlo, non lui che ha sbagliato. Un altro punto del decalogo recita: raccogliete e ordinate voi stessi le cose che lascia in disordine, si convincerà che la responsabilità è degli altri, mai propria. Ancora: litigate spesso in sua presenza, quando la vostra vita si sfascerà non avranno nessun turbamento. Ancora: dategli tutto il denaro che vi chiede, non costringetelo a guadagnarselo, fate in modo che siano soddisfatti tutti i desideri, per non farne un frustrato. Ultimo punto: difendetelo dovunque, sono gli insegnanti, sono sempre gli altri che non lo capiscono e che hanno torto, povera creatura.

Io credo che, nella loro evidente carica provocatoria, siano consigli assai pertinenti anche per quanto riguarda una giornata come quella che l'IRRSAE e l'associazione LIBERA contro le mafie con il contributo della Regione Toscana hanno organizzato, una giornata sulla cultura troppo spesso dimenticata, la cultura delle regole, ma le regole o si imparano in famiglia e si sentono poi confermate nell'ambiente esterno, o non si imparano. Per questo io credo che l'impegno dell'IRRSAE, anche verso l'educazione degli adulti, particolarmente per quanto riguarda l'educazione alla legalità, sia un dato molto importante: proprio per il concetto di educazione permanente, che vuol dire anche far capire ai nostri genitori, ai nostri giovani, alle nostre coppie che il modo se vogliono allevare dei figli che siano dei perfetti delinquenti, il modo giusto è rispettare quel decalogo che la polizia di Houston ha diffuso tra le famiglie.

Vorrei toccare un ultimo aspetto che nella società di oggi mi pare giochi un ruolo importante nella educazione o diseducazione al rispetto della legalità e quindi riconoscere il valore delle regole. Mi capita più volte, quando partecipo a convegni di questo o di altro tipo, di evidenziare la centralità che oggi hanno conquistato i mezzi di comunicazione e anche il loro linguaggio, compreso il linguaggio della pubblicità nella formazione dei giovani e anche dei meno giovani. Siamo in tanti a denunciare i pericoli derivanti da un cattivo uso di questi strumenti, ma sappiamo anche che sono strumenti da utilizzare e dai quali non possiamo essere sopraffatti, sia in famiglia sia nella scuola, strumenti che possiamo utilizzare per una crescita in positivo della personalità. Sappiamo quanto gli spot pubblicitari educhino al consumismo, impongano le leggi del mercato che sono le leggi del consumare per produrre; ma per consumare bisogna avere, quindi sono tutti messaggi che inducono ad un forte individualismo e alla ricerca della affermazione esclusivamente personale per avere di più al fine di soddisfare i desideri indotti dalla pubblicità e quindi ad avere per soddisfare i bisogni, considerando come fine ultimo e più importante della vita il progresso, il cammino personale, perdendo i rapporti con la società. Ci si sente allora autorizzati ad andare contro le regole o di ritenere che esse valgano per gli altri ma non per me. Allora mi viene un'idea che potrebbe essere valutata anche in questo convegno: rendere obbligatori all'inizio e alla fine delle varie interruzioni pubblicitarie - almeno nelle reti di pubblico servizio - cinque secondi o magari quindici di spot dedicati all'educazione civile. Con le nostre emittenti, televisioni pubbliche e private, ogni anno entrano nei nostri cervelli e quindi determinano comportamenti, mode, stili di vita, milioni di spot con costi elevatissimi. Sono centinaia di miliardi l'anno che le varie industrie spendono per gli spot, i costi direttamente o indirettamente i paghiamo noi; gli spot - salvo quelli della così detta pubblicità progresso - fanno in modo di formare consumatori sempre più passivi. Allora pretendiamo che ci sia anche qualche spot educativo.

Bene, è chiaro che nessuno spot, nessuna lezione teorica, per quanto fatta bene, per quanto studiata tecnicamente o scientificamente, potrà mai sostituirsi con la centralità dell'esempio personale da parte di tutti. Dobbiamo darlo noi questo esempio nelle Istituzioni, impegnandoci in una politica meno effimera, meno basata sull'immagine e più nobile, questo esempio devono darlo gli insegnanti, non perdendo la dignità di una professione veramente alta, devono darla i padri e le madri non rinunciando alla difficoltà del loro mandato educativo. La scuola certamente può fare molto. Sono chiamato abbastanza frequentemente a tenere corsi di preparazione alle giovani coppie, e parlando particolarmente dell'educazione, spesso mi viene detto: lei dice che il mestiere di genitori e degli insegnanti è uno dei più difficili al mondo, però chi ce lo insegna questo mestiere? La scuola prepara ad essere buoni professionisti, buoni tecnici, però non si fa parola di come ci si rapporta con i figli, di cosa significa educare, che non è insegnare le buone maniere, ma significa avere uno stile di vita rispettoso della società nella quale ci si inserisce. Ecco, alla scuola non possiamo addossare tutto quello che si deve fare nella società, però forse potrebbe essere inserito ed introdotto anche qualche accenno ad un impegno rivolto ai giovani perché si preparino ad essere a loro volta dei buoni educatori. Le scuole magistrali certamente svolgono programmi di pedagogia, di psicologia dell'età evolutiva, ma nessun'altra scuola dà qualche messaggio almeno ai giovani che saranno cittadini e che saranno famiglie. Allora forse si potrebbe introdurre - magari agli ultimi anni delle scuole superiori - qualche concetto nell'ambito dell'educazione alla legalità, qualche concetto di cosa significa educare i figli nella convivenza civile e nel rispetto delle regole. Mi scuso se sono andato forse al di là di quelli che erano i limiti per il saluto, ma vi saluto cordialmente, vi auguro un buon lavoro e mi scuso se non potrò assistere ai vostri lavori di oggi ma purtroppo mi aspettano altri impegni; però ci tenevo moltissimo ad essere con voi all'inizio di questa giornata. Buon lavoro e grazie.

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