F.T MARINETTI

Da "MAFARKA IL FUTURISTA"


Frattanto, un essere vivo e nudo si avanzava verso Gazurmah, nuotando penosamente.Pareva pesto e moribondo.
Le onde inarcavano il dorso come gatte cattive, sotto la loro coda di schiuma, contendendosi a graffi
quel povero sorcio ferito che lasciavano trotterellare un poco,verso una speranza di liberazione.
Ma, mentre quell'essere miserevole s'arrampicava su per uno scoglio a fior d'acqua, Gazurmah trasalì di
gioia crudele riconoscendo Colubbi. Ella si stese in mezzo a un fruscio gasoso di schiuma, e, così stesa,
aperte le braccia, chiamò a voce spiegata il suo implacabile amante.
- Da te, da te, aspetto la morte!... O figlio mio! O amante mio!... Uccidimi, poiché io sola ho assistito alla tua nascita divina!
Un grande urto. Miagolìo di onde lacerate e singhiozzanti... Un pesante getto di sangue si schiacciò come un roseo pennacchio contro il petto di
Gazurmah, che con un gran colpo di ali s'innalzò fino al cielo... Tanto rapidamente, che egli udì appena, assai lontano, sotto di sé, la voce morente di Colubbi rantolare così:
- Tu mi hai spezzato il cuore sotto le tue costole di bronzo!... Ma uccidendomi,hai uccisa la Terra... la Terra!...
Fra poco udrai il suo primo sussulto d'agonia!
Uno scricchiolio formidabile le rispose. Era la prima scossa sotteranea, che si propagava da una scogliera all'altra, fino ai due grandi promontori di Tum-Tum,
mostruosi coccodrilli, i quali vibrarono tre grandi colpi di coda contro l'orizzonte bianco,tra un gran
volo di squame scintillanti, sotto lo sguardo impassibile del Sole, che troneggiava sul mare domato.
E frattanto le fauci informi degl'Ipogei ringhiavano,
soffiando un giallo vapore striato di bagliori fosforescenti, che saliva in colonne globulose,
appestando il vasto cielo libero.
- Puah! Questo odore di mummie, questo fetore di secoli morti mi danno la nausea!... Più in alto!
Più in alto!
E innalzatosi subitamente di altri cento cubiti, Gazurmah si abbandonò, languido, sulle sue grandi
ali aranciate che la luce del mattino inverniciava d'oro. Egli dominava almeno cento leghe di coste
sinuose. Ah! I monti si erano dunque destati dal loro sonno massiccio, pastori giganteschi dalle enormi
spalle di granito che lucevano scoperte, fra cenci di verzura?...Avevano dormito più di seimila anni, alla rinfusa, uno addosso all'altro, in una vasta
oppressione di stanchezza e per metà sommersi dalle loro immense mandre di poggi villosi, di grotte
abbaianti e di colline spaventate come pecore.
Eccoli improvvisamente desti!...Alcuni si stirano penosamente, con un crollar di muscoli e
un rotolar di bicipiti irti di cespugli; altri inarcano la schiena per strofinarsi contro
le nuvole, folte di punte d'oro, che ruzzolano come ricci colossali spazzati da una valanga.
Ma quei pastori giganti sono troppo accalcati; ed ecco che il più alto, un gran monte dal
pesante testone di basalto, s'incollerisce d'improvviso. Vuole uscire dalla folla e s'inoltra a
gomitate tonanti. Nella sua rabbia tumultuosa, sfonda i fianchi alle montagne vicine, che brontolano lugubremente...
Una di esse, protese coraggiosamente la sua cima gialla, che si schiacciò come una nespola matura,
senza rumore. Poi, tra l'arruffio della sua vegetazione scompigliata, cedette a pezzo a pezzo,
inginocchiandosi in un abisso improvvisato.
Allora Gazurmah, mentre continuava a salire, fu sorpreso dal silenzio inesplicabile che lo avvolgeva
nonostante la violenza della battaglia tellurica che andava intensificandosi sotto di lui.
Appunto in quel momento, un'altra montagna gettò indietro la sua bella cima rosea, chiomata di foreste
nere, e aprì una bocca di vulcano, da cui uscì turbinando un alito di cenere infocata.
- Uah! Uah! Uah!... Io ridesto dunque la fame dei monti?!... Come sputerei volentieri in quella boccaccia nauseabonda che ha denti larghi venti cubiti!... Ma, davvero, il sudore fumante di quelle groppe di granito mi appesta le nari!... Voglio salire più in alto, per dimenticar la faccia della terra e le sue rughe profonde!
E Gazurmah s'arrestò, finalmente, a picco su una città punteggiata d'oro, che sembrava dormire su un altipiano, sull'unico altipiano che fosse ancora immobile tra il roteare, il tumultuare e l'ampio andirivieni di quella immane rissa di monti.
Ma il sonno della città non durò molto. Un movimento febbrile cominciava già ad agitare le torri scintillanti, che agucchiavano nelle maglie purpuree delle nubi. Ad un tratto, la città tutt'intera scivolò, come una corona d'oro cesellata, su un tappeto di color cupo, precipitando verso la riva del mare, ove gli scogli ballavano.
Per vedere meglio il grandioso spettacolo, Gazurmah scese pesantemente, come un piombo, a cento cubiti più giù. Fracassi sordi e acute grida gli giunsero all'orecchio. Egli vedeva ingrandirsi, sotto di sé, la città, che spingeva verso il mare le sue innumerevoli case dalle terrazze irte di braccia e di armi come elefanti da guerra, le groppe bardate delle moschee e i minareti branditi come lancie!
Le invisibili legioni sotterranee si scagliarono immediatamente all'assalto della città in marcia...Vi fu una lunga pausa, sinistramente lavata da un rovescio di luce scialba, che colpì di terrore la fronte di quello strano esercito. Poi Gazurmah comprese che le forze vulcaniche iniziavano l'assalto. Si vedevano soltanto i loro mantelli di polvere, che s'insinuavano tra le file delle case guerriere, le afferravano a mezzo il corpo o per le zampe, e atterravano i cavalieri...Crollarono tutte, l'una dopo l'altra, quelle case galoppanti e bellicose, con la schiuma del mare alla bocca, con le nari e i fianchi insanguinati e con larghe brecce nel petto.
Allora Gazurmah s'innalzò di nuovo, per contemplare una catena di monti neonati, tutti azzurri sotto le loro mille cime color rosa, dromedari di una immensa carovana che brandì improvvisamente le sue scimitarre insanguinate e poi crollò giù, in mezzo a un ampio sventolio di vapori rossigni. Furono dapprima bandiere che si sfilacciarono a poco a poco, lontanissimo, sulla sussultante agonia di una montagna dalle ferite trionfali.
Enorme, questa girava su sé stessa, lanciava avanti il ventre, indietro la groppa, secondo il ritmo di una danza sotterranea, tanto più spaventevole che pareva svolgersi in un silenzio assoluto.
Finalmente la montagna si immobilizzò, morta, reclinata la fronte, facendo dondolare all'estremità d'un muscolo di verzura, il suo cuore di granito nero, strappato.
Allora Gazurmah s'involò rapidissimo sul mare bianco, oleoso e calmo. E, mentre scavalcava il promontorio del Sud, vide scavarsi in alto mare un abisso, incommensurabile buco nella sugna lucente delle acque.
L'atmosfera era attenta, e tranne quel vasto abisso centrale, la superficie del mare rimaneva immota. Gazurmah si volgeva, a quando a quando, per ammirare l'impeto astioso dei monti lanciati a galoppo e le flessioni tremanti delle valli, sotto il ventaglio convulsivo delle foreste sradicate, mentre, molto in alto, le cime si accoppiavano elasticamente, emettendo lunghi sibili di luce gialla.
Il mare, in lontananza, ansimava di rabbia contenuta, sotto i massi di lava che il Sole fuggiasco gli lanciava, nelle pause angosciose della sua corsa, al disopra delle nuvole crollanti ai colpi della voce di Gazurmah, ariete sonoro.
- Indietro, Sole, re detronizzato a cui ho distrutto il regno!...Io non temo le tenebre infinite! Io non sono un uomo strisciante che si sforza, durante la notte, di spingere la sua piccola testa di tartaruga fuori dall'immenso guscio del firmamento!... Il firmamento?... Io ne sono padrone!... Le mie grandi ali possono dare cento battiti ad ognuno dei miei respiri. E il mio soffio piega le foreste, poiché ho polmoni immensi e predisposti alle atmosfere irrespirabili che dovrò attraversare immergendomi nello sguardo obliquo e rosso di Marte!... Ma, prima, io devo conquistare la capitale dell'Imperatore Scarlatto!...
Subitamente, come egli mutava il suo volo, una melodia soave e strana gli deliziò le orecchie.
Comprese che essa si sprigionava dalle sue ali, più vive e sonore di due arpe, ed ebbro d'entusiasmo, si divertì a modulare quelle cadenze armoniose, illanguidendone le vibrazioni e ad ora ad ora spingendone sempre più in alto i ritorni esaltati...
Così la grande speranza del mondo, il gran sogno della musica totale, si realizzava finalmente nelle ali di Gazurmah...Il volo di tutti i canti della terra si sublimava nel loro ampio remeggiare ispirato!... Divina brama della Poesia! Desiderio di fluidità! Nobili consigli dei fumi e delle fiamme!...
E Gazurmah saliva. La melodia esaltante e soave delle sue ali aranciate aveva ammansato uno stormo di condor, che lo seguiva pel cielo, lunga sciarpa continuamente annodata e snodata...