I Prodotti

Centro Territoriale Permanente - Lucca

 

I corsisti raccontano

 

Irina (Ucraina) In Italia

Rolando (Bolivia) In Italia

Svetlana R. (Russia) Mutamenti

Alexia (Filippine) Nostalgia

Arbionada (Albania) Nostalgia

Skender (Albania) In Italia

Skender (Albania) Primo giorno di scuola

Svetlana F. (Russia) In Italia

Audiacieuse (Zaire) L'arrivo in Italia

Rahel (Eritrea) Rahel racconta

Ingrid (Perù) Dalle Ande all'Italia

Haile (Eritrea) Speranza

 

Testi raccolti dalle insegnanti Milietta Bergamaschi, Paola Francesconi e Marinella Pucci del CTP di Lucca

 

 

Quello che sei

di

Arbionada (Albania)


Solo chi l'ha provato può capire
quanto sia difficile abbandonare
il proprio paese e la propria città
dopo quasi una vita trascorsa là.
Solo chi l'ha vissuto può capire
quanto si può star male da morire,
soprattutto quando ci assale la malinconia
e rimpiangi di essertene andata via.
Ma molte volte è il destino che vuole così
e ti costringe a dire per forza sì.

Ma qualunque strada tu percorrerai
rimarrai per sempre quello che sei.
E qualunque città dal tuo Paese ti dividerà
ricorda che il tuo cuore non cambierà.
Ed ogni volta che ti sentirai solo
come un gabbiano potrai prendere il volo
e per un istante ti immaginerai
di essere dove non sei.

Come è difficile lasciare poi
tutte le cose che fanno parte di noi.
Tutte le cose con cui hai vissuto
e tutte quelle che ti hanno insegnato.
E vivi chiedendoti se prima o poi
quello che hai lasciato lo rivedrai.
Ma non bisogna mai smettere di sperare
perché è questo che ti dà la forza di continuare.

Ma qualunque strada prenderai
ricordati che rimarrai per sempre quello che sei.
Ed anche se mai più ritornerai
il tuo cuore - il passato - non dimenticherà mai.
Nessuno potrà rubarti quello che hai vissuto
nessuno potrà cancellare il tuo passato
E ricorda che qualunque strada percorrerai
il tuo cuore non cambierà mai.

Il tuo cuore non scorderà quello che hai vissuto
la tua mente non dimenticherà quello che sei stato.
Nessuna nazionalità potrà cambiarti e lo sai
che dentro resterai per sempre quello che sei.

Qualunque strada prenderai
tu rimarrai per sempre quello che sei
E fatti onore quando con la gente parlerai
non vergognarti di quello che sei.
Difendi la tua Patria, difendi te stesso e ricorda che
qualsiasi cosa succeda a te, sarai per sempre te.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

In Italia

Irina (Ucraina)

Tanti amici mi hanno salvato la vita e mi hanno fatto arrivare in Italia.
Ho iniziato a vivere a Roma.
Ho dormito in albergo fino a quando ho trovato un lavoro. Mio babbo, che stava a casa, pensava sempre a me che fumo troppo!
Ora ho trovato lavoro e voglio cominciare a vivere di nuovo. Voglio essere buona, amica di tutti quelli che conosco, ma mi manca di conoscere bene la lingua italiana.
La mia famiglia sta bene e anche mia zia vuole venire in Italia.

 

 


 

 

 

In Italia

 

Rolando (Bolivia)

Quando sono arrivato in Italia, la prima cosa che mi ha fatto una grande impressione è stato il Colosseo e il treno sottoterra.
Sono arrivato all'aeroporto di Fiumicino: un aeroporto bello e molto grande.
Io e mia sorella siamo venuti a Viareggio in treno, e lì ci aspettava mio cognato con la macchina per portarci a Lucca.
Loro non erano venuti a Roma in macchina, perché mia sorella mi ha detto che quel giorno c'era la neve ed era troppo pericoloso guidare in autostrada.
Il giorno dopo il mio arrivo, ho dormito fino all'una!
Ora sono quasi quattro mesi che sono qui in Italia e la cosa che mi è mancata di più, all'inizio, è stata la mia fidanzata. Le prime sei settimane è stata dura, poi mi sono adattato sempre un po' di più e adesso sopporto bene anche il clima.
Ho trovato una nuova ragazza, una brava persona. Vedremo come finirà questa storia!
Appena ho avuto il permesso di soggiorno, ho dovuto pensare a lavorare, perché ora abito con mia sorella, mio cognato e mio nipote, ma la casa è un po' piccola; per questo devo trovare al più presto un lavoro e affittare un appartamentino.
Penso che per ora non posso studiare, ma quando avrò un lavoro riprenderò gli studi lavorando, come fanno tante persone, perché quando tornerò in Bolivia devo avere almeno un titolo di studio. Quest'anno avrei voluto seguire un corso di informatica, ma non mi è possibile; comunque sicuramente lo farò il prossimo anno.


 

 

Mutamenti

Svetlana R. (Russia)

Cosa mi piace ora? Cosa amo io?
Le cose cambiano con l'età. Prima mi piacevano le persone allegre, spensierate, leggere…Ora, invece, mi piace avere stabilità nella mia vita e nei miei pensieri. A volte vengono momenti di nostalgia, di tristezza e comincio a sognare, a creare nuova vita. Vorrei incontrare uno scrittore vero, che dovrebbe avere un mistero dentro di sé.
Mi piace leggere, mi piace anche scrivere, ma scrivo solo quando sento una grande voglia di esprimermi. Penso che lo scrittore viva sempre nella voglia di scrivere e che la sua vita debba essere piena d'avventure. Forse lui può essere un grande artista, che spesso cambia personalità, vivendo vite diverse. Quando ero bambina, con i ragazzi della strada facevamo un teatrino delle marionette. Mi divertivo tantissimo! Ora mi sento come una marionetta nella scena di un dramma. Ma le cose cambiano con la voglia di cambiare.
Butterò giù un testo d'amore.

 


Nostalgia

Alexia (Filippine)

Mi chiamo Alexia, ho 17 anni e vengo dalle Filippine. Abito a Lucca con i miei genitori. Loro mi hanno portato in Italia perché volevano che studiassi qua. L'Italia per me è molto bella, anche se mi aspettavo di più. Sono molto contenta di essere qui: studio e ho anche delle amiche meravigliose. Qualche volta esco con loro per andare in giro; ogni lunedì andiamo al corso di chitarra e il martedì e il venerdì al corso di nuoto. Ogni tanto mi viene in mente il posto da dove vengo, le stupende isole delle Filippine! Là abitavo in campagna con la nonna e il nonno materno, che mi hanno cresciuta. Il posto dove vivevo è bellissimo e tranquillo: ci sono alberi di cocco, mango e mandarini. Mi mancano molto i nonni, i miei cugini ed anche il mio cane. Si chiama Watcher, è nero ed ha delle macchie marroni sulle orecchie. Forse questo luglio tornerò nelle Filippine con la mamma e la zia per visitare i nonni e sono molto felice.

 


Nostalgia

Arbionada (Albania)

Ho lasciato il mio Paese non perché volevo, ma perché mi è stato ordinato; se fosse stato per me non lo avrei mai fatto.
Chi non l'ha provato non può capire e non capirà mai come si sta bene al proprio Paese, nella propria città, circondata dalle cose che ti appartengono, dai tuoi amici, dalle zie e dagli zii…Essere felice per tutto quello che ti circonda!
Mi ritorna in mente il mio passato. Quando salivo le scale della nave, mi sono sentita morire.
Le lacrime scendevano come grandine. Prima che la nave partisse, sono andata fuori e ho visto la mia città illuminata dalle luci delle case. La nave si allontanava e dal mio cuore sembrava che si strappasse qualcosa; nessuno poteva fare niente per aiutarmi, non c'era niente e nessuno che poteva fermare le mie lacrime.
Vorrei con tutto il cuore ritornare là, nella mia patria. Vorrei sentire il rumore delle onde, il loro profumo, vorrei vedere i gabbiani volare nel cielo blu e il sole che brilla lassù. Vedere il sole che illumina il mare, sentire l'aria fresca che ti accarezza il viso. Il vento soffia, alza la sabbia, ti sfiora il corpo e ti senti accarezzata. Tutto ciò fa parte della mia vita.
Ero felice. Mi sentivo amata da tutte le cose che mi circondavano, mi sembrava di essere amata perfino dalle foglie degli alberi: immaginate come ero felice!
Arbionada (Albania)

 


Nostalgia

Sueli (Capo Verde)

Del mio Paese mi manca tutto: la gente, il mare, i miei amici, mio padre, mia sorella…
In Italia mi trovo bene perché sono con mia madre e questa è una delle cose più importanti della mia vita, ma non passa giorno che non pensi al mio paese.
Vorrei tornare laggiù perché mi mancano troppo le cose che facevo. Per me ora andare a scuola è un'impresa, cioè mi piace quello che faccio e voglio continuare a studiare, ma nel mio paese era più bello e più facile. Nella mia scuola mi divertivo molto: si giocava fuori e quando si tornava a casa eravamo in molti ragazzi e tornavamo tutti insieme a piedi.
Mi mancano le feste, il cibo. Il cibo che mi manca di più la "feijuada" della mia zia e la "cachupa" e poi mi manca quando insieme agli amici si andava in città a comprare papaia, manoa, goiada, i miei frutti preferiti.
Ricordo il mio weekend a Capo Verde. Era di lunedì. Sono andata a scuola come al solito.
I miei amici e la mia insegnante avevano organizzata una festa d'addio per me. Mi hanno fatto dei regalini e poi tutti insieme siamo andati al mare.
Mi manca molto anche mia madre, cioè mia zia, ma per me è più di mia madre, perché è lei che mi ha cresciuta, da quando avevo un anno e sei mesi. Insomma non vedo l'ora di tornare là, per riabbracciare tutti.
Sueli (Capo Verde)


 

In Italia

Skender (Albania)

Quando sono venuto in Italia non sapevo nulla.
Per uno come me, che non sapeva leggere e parlare e si trovava in un paese dove non conosceva nessuno, la vita era difficile.
La prima parola che ho imparato è stata "grazie". Quando qualcuno mi parlava dicevo sempre "grazie". Questa era una risposta che andava bene con tutti. Il "mio" albanese non lo sapeva nessuno. Facevo "ble, ble", come un bambino che ha appena cominciato a parlare.
Erano tempi duri per me, così non potevo andare avanti!
Poi ho conosciuto una signora, Vittoria, che mi ha aiutato tanto ed è diventata la mia migliore amica. Lei mi faceva conoscere un po' la lingua e mi levava la noia che avevo. Mi diceva che avevo bisogno di andare a scuola per imparare a scrivere e a leggere.
La scuola l'ho cominciata nel novembre 2000 e per me è cominciata una nuova vita. La scuola mi ha fatto cambiare tante cose.
Ormai sono in grado di capire e leggere. A scuola ho conosciuto tante persone con cui vado molto d'accordo e ci vado volentieri perché imparo tante cose che non ho imparato nel mio paese.
Siccome ho problemi di salute, la scuola per me è importante, anche perché spero di trovare un lavoro adatto alla mia situazione.



Primo giorno di scuola

Skender (Albania)


Avevo sette anni quando, per la prima volta, sono andato a scuola.
Il primo giorno ci siamo presentati. Poi il maestro ha chiesto a ognuno di raccontare delle cose che aveva fatto il giorno prima, cercando di fare in modo che parlassimo un po' tutti e che ognuno rispettasse il suo turno.
Di solito, a ricreazione, uscivamo fuori e, se c'era bel tempo, potevamo giocare una mezz'oretta. Eravamo tutti più o meno uguali: nessuno sapeva scrivere e leggere le vocali e le consonanti.
I primi giorni io non parlavo tanto, avevo ancora soggezione degli altri.
A scuola andavo con mia sorella che era più grande di me. Dopo due settimane andavo volentieri a scuola, perché cominciavo a imparare qualcosa e anche il maestro era contento per questo.
D'estate era facile andare a scuola, ma d'inverno faceva freddo e tante volte non potevo andarci.
Da casa a scuola ci volevano quindici minuti a piedi. Non avevo tanti vestiti. Erano tempi duri e i miei genitori si sacrificavano molto. Mia sorella, per non farmi perdere le lezioni mi insegnava a casa.
Anche se erano tempi difficili, vorrei essere ancora in quella scuola per rivedere tutti i miei amici e il maestro che mi diceva sempre: "Impara, perché ti serve per il tuo futuro".

 



In Italia

Svetlana F. (Russia)


La mia vita in Italia è iniziata quasi tre anni fa.
L'inizio è stato tremendo. Sapevo dieci, quindici parole e parlavo tre, quattro frasi.
E' stato uno choc.
Per una persona che conosceva alla perfezione la lingua materna, trovarsi in una situazione di isolamento linguistico è una tragedia, perché non è possibile esprimere il proprio parere, le proprie sensazioni…E' impossibile capire correttamente tante situazioni importanti.
Quando ho cominciato a studiare la lingua italiana, per me è iniziata una vita nuova, interessante. Credo che la comunicazione nella nostra vita sia la cosa più importante.


L'arrivo in Italia

Audacieuse (Zaire)

(....)

Penso che le difficoltà che ho incontrato in Italia non mi abbiano impedito di ambientarmi, visto che sono missionaria.
Il freddo mi faceva invidiare il clima africano, ma mi davo coraggio, vedendo gli anziani che sopravvivevano malgrado il freddo.
Le celebrazioni eucaristiche sono fredde, ma forse dipende dalla differenza di cultura. Comunque so che gli italiani sono vivaci e possono anche rendere attiva la liturgia, se vogliono.
Penso anche che sia un popolo che non si dà tempo, tutto si fa in fretta, dimenticando il bene del corpo.
I bambini, secondo me, sono troppo coccolati e quindi non hanno la possibilità di sapere cosa vuol dire la parola sacrificio. Curiosamente ho scoperto che le bimbe non trovano calore materno fra le braccia delle mamme, perché vengono messe subito e per troppo tempo nel passeggino.
Raramente le persone, qui, si salutano quando si incontrano per strada.
Io vivo incontri e rapporti significativi nella comunità, dove siamo in dodici. Altri rapporti li ho soltanto a scuola, qui a Capannori e a Sant'Anna, con gli altri studenti e con gli insegnanti che sono a nostra disposizione.


 

Rahel racconta

Rahel (Eritrea)


Mi chiamo Rahel, sono una ragazza di origine eritrea. Ho ventuno anni e vivo in Italia dal mese di ottobre dell'anno passato. Sono nata ad Asmara e lì abitavo con la zia ed i nonni, perché mamma è andata presto a lavorare lontano. Da piccola andavo a scuola (quaranta in classe), poi giocavo con la mia amica Selam.
La nonna mi parlava di mamma: mi diceva che lei era in Italia a lavorare. Quando sono divenuta più grande continuavo ad andare a scuola, ero abbastanza brava e mi piaceva studiare. Ogni tanto mamma veniva a trovarci ed io ero contenta. A sedici anni tutta la mia vita è cambiata: sono partita soldato per poi combattere una difficile guerra contro l'Etiopia. Sono stati momenti di paura e di sofferenza: mangiavo male e dormivo per terra (qualche volta era anche molto freddo, anche pioveva). Meno male che questo periodo è finito, perché mia madre e suo marito sono riusciti a farmi entrare in Italia nel mese di settembre dell'anno 2000.
Quando ho preso l'aereo ad Asmara e sono arrivata a Lucca non conoscevo niente: né la lingua, né i costumi, né mangiare: veramente niente…Adesso so molte cose di questo paese e mi piace molto (soprattutto la moda!); vengo a scuola, lavoro in una piccola fabbrica, ho imparato a lavorare, ho delle amiche e qualche volta già esco con loro. Spero di restare a Lucca a fare la mia vita qui.

 


 

 

 

Dalle Ande all'Italia

Ingrid (Perù)


Ciao, il mio nome è Ingrid O. C. ho venticinque anni e sono nata in Perù, un bel paese dell'America del Sud in cui si trovano luoghi meravigliosi da apprezzare come per esempio Macchupicchu (Cuzco), il lago Titicaca (Puno), Los Baños del Inca.
Adesso vorrei raccontare una parte della mia vita che mi ha "regalato" un'esperienza nuova perché ho dovuto abbandonare il mio paese e con esso la mia famiglia per venire in Italia.
Dunque: vengo da una famiglia meravigliosa, e molto unita; quindi ho avuto una bella infanzia, piena di allegria e anche se non c'erano molti soldi i miei non mi facevano mancare niente.
Mio padre e mia madre sono le cose più belle che ho: mio padre è una persona buona, tranquilla, ed è stato sempre molto responsabile con il suo lavoro: era pescatore, ma adesso non lavora più per motivi di salute. Anche mia madre è molto buona, simpatica, responsabile, ma un pochino severa, perché a lei piaceva che si fosse tutti ordinati e precisi. Io questi genitori li ammiro molto, perché hanno fatto tutto ciò che è stato nelle loro possibilità. Hanno faticato tanto per tirare avanti tre figli e grazie al loro impegno, coraggio e soprattutto tanto amore, non si sono arresi mai anche se ci sono stati dei momenti duri.
Ora parlo dei miei fratelli, ai quali voglio molto bene: Mirtha e José Luis.
Mia sorella ha fatto gli studi di contabilità ed è venuta in Italia quattro anni fa.
Mio fratello José Luis è sposato, ha due figli, Jean-Pierre e Brigitte, che sono l'allegria di casa, dato che mio fratello è rimasto con i miei, sennò la mamma moriva di nostalgia. Anch'io ho seguito studi di contabilità ma purtroppo, per motivi economici, non sono riuscita a finire i miei studi nel tempo in cui ero in Perù. Questo è accaduto perché c'erano dei momenti difficili in casa dovuti alla brutta situazione economica del mio paese. Comunque ho fatto di tutto per cercare di finire l'università ma non ce l'ho fatta. Ero così depressa e delusa! D'altra parte ho sempre pensato di aiutare la mia famiglia, invece non ci potevo fare nulla, se non lavoravo non guadagnavo…
A volte mi sentivo disperata perché pensavo a mia sorella e vedevo che era soltanto lei a prendersi cura di tutti noi.
Due, tre anni fa grazie a lei sono riuscita ad avere un contratto di lavoro che mi ha permesso di venire qui in Italia, anche se ho dovuto farmi coraggio giacché non sono stata mai lontana da casa mia e perché sono stata sempre molto attaccata alla mia famiglia. Poi separarmi da Willy, il mio ragazzo, è stato molto triste per me, giacché sono fidanzata con lui da otto anni, abbiamo già vissuto dei difficili e anche bellissimi momenti e sapevo che mi sarebbe mancato tanto.
Però venire qui era un'opportunità che non potevo lasciar perdere, sarebbe stato un aiuto in più per la mia famiglia. Il giorno della mia partenza ( 1 gennaio 2000) è stato triste, quando sono andata all'aeroporto in compagnia della mia famiglia e del mio ragazzo. Là, il momento più difficile è stato quando li ho dovuti salutare. Avevo un po' di paura però, allo stesso tempo, ero contenta perché sapevo di trovare mia sorella e questo mi tranquillizzava molto.
Quando sono arrivata qui a marzo del duemila non facevo altro che piangere, volevo tornare a casa mia, sentivo tanto la mancanza dei miei e sapevo che da quel momento la mia vita per me sarebbe cambiata, nel senso che dovevo essere pronta ad affrontare una vita nuova. Dovevo imparare tante cose, abituarmi ad altre persone, alla loro lingua; però quando guardavo mia sorella pensavo come sia stato difficile per lei essere qui, da sola, per tre anni.
Fortunatamente il primo mese siamo state nella stessa famiglia, lavoravamo insieme, dividevamo la camera e dormivamo nello stesso letto perché non ci volevamo separare e ci consolava parlare e ricordare la nostra famiglia. A volte facevamo delle risate, a volte piangevamo, però ero contenta perché avevo la mia sorellona accanto.
Il peggio è arrivato nel mese di aprile, quando sono stata operata per una ciste ovarica;
per me è stato il momento più brutto: essere da sola in un letto, senza parlare con nessuno; meno male che capivo un po' quello che mi dicevano e a me non restava altro che aspettare mia sorella così parlavo con lei: ero così contenta quando la vedevo arrivare… A volte mi addormentavo e quando mi svegliavo c'era lei al mio fianco; in quel momento mi sentivo molto triste, perché lei rimaneva lì tutta la notte e dopo doveva tornare presto a lavorare: sinceramente, mi si spezzava il cuore.
Grazie a Dio tutto è andato bene, dopo una settimana ho lasciato l'ospedale e sono tornata a casa, dove con pazienza sono guarita del tutto. Dopo un po' io e mia sorella ci siamo separate perché dovevo andare a lavorare da un'altra parte.
In quel lavoro sono rimasta fino a giugno: per essere sincera non mi trovavo bene e quindi non potei continuare lì. Però vorrei dire una cosa; davvero non mi piace la gente che vuole approfittarsi di quelli che le danno una mano: qualunque sia il lavoro tutti abbiamo bisogno di rispetto.
Così me ne sono andata via, sono rimasta senza lavoro per un mese e questo mi preoccupava perché pensavo alla mia famiglia, poi ho cercato un altro lavoro e finalmente l'ho trovato. Adesso lavoro con due persone anziane, mi trovo bene ed è quasi un anno che sono in questa famiglia. Grazie alla loro disponibilità vengo a scuola che per me è molto importante sia per conoscere meglio la lingua italiana, sia perché mi permette di conoscere gente di diverse parti del mondo con la quale posso avere momenti di socializzazione.
Mentre scrivo mi viene da pensare che la vita è dura per tutti però, a mio parere, si fa più dura quando uno è lontano da casa. Certo è che quando arriva il giorno di compleanno o quando si avvicinano le feste natalizie, uno si sente più triste perché non ci sono le persone a cui si vuole bene. Però quando io penso a quello che ho fatto mi rendo conto che tutto il sacrificio è stato per aiutare la mia famiglia e questo mi fa sentire una grande soddisfazione.
La mia consolazione è veder passare il tempo e pensare che magari un giorno non molto lontano, andrò a trovare la mia famiglia e il mio grande amore anche se so che non resterò là per molto tempo. Però so che saranno dei giorni bellissimi e chissà se quando tornerò in Italia Willy non potrebbe essere con me.

 


 


Speranza

Haile (Eritrea)


A sedici anni vivevo ad Asmara con i miei genitori, mia sorella e due figli; sono dovuta scappare per motivi di guerra.
Sono fuggita attraversando il deserto del Sudan per circa un mese fino a Khartoum, dove sono vissuta per nove mesi da mio cugino. Dopo ho preso l'aereo per Gidda, dove sono stata per un giorno. Di là sono dovuta tornare indietro perché non sono venuti a prendermi: in quel paese puoi uscire dall'aeroporto solo se qualcuno che abita lì ti "riconosce" e ti "prende".
Dopo sono arrivata in Italia e, per fortuna, è venuta a prendermi mia cugina che mi ha portato con sé a Messina dove ho lavorato per tre mesi. In quella città mi sono sentita male e sono stata ricoverata in ospedale per un anno. Dopo sono venuta a lavorare a Firenze dove ho conosciuto, per fortuna, mio marito, che mi ha portato a Lucca dove vivo e lavoro felicemente da quindici anni e da pochi mesi ci ha raggiunti anche mia figlia.
Ho la macchina, una casa, un giardino e degli animali. Vado a scuola insieme a mia figlia per parlare bene l'italiano e con l'aiuto della scuola approfondisco la mia cultura generale. Ringrazio la mia maestra per la sua pazienza e cortesia nell'insegnamento; spero che la mia vita continui così per anni.