Apprendere e insegnare l'italiano L2- Spunti per la riflessione e per la pratica didattica

Lucia Maddii

Alcune puntualizzazioni

Alcune delle puntualizzazioni che vi porterò sono tratte dagli studi di Dulay Burt e Krashen (ormai risalgono agli anni 80, ma per molti aspetti sono ancora validi)

Quale lingua utilizzare con gli alunni nuovi arrivati?
Krashen dice:
A) la lingua ascoltata dall'alunno deve essere viva e non cristallizzata in esercizi formali. Questo vuol dire che buona parte della lezione di italiano L2 deve essere dedicata alla lingua usata in contesto. Vanno evitati esercizi grammaticali, nelle prime fasi di apprendimento, poichè prima si ascolta, poi si produce.. alla fine si riflette su qualcosa che già , in qualche misura, si padroneggia.
b) la lingua deve essere semplificata, ma non storpiata. Cercate di fare frasi semplici, senza subordinate, con il soggetto espresso e l'ordine SVO (nel limite del possibile). Scandite bene le parole separandole l'una dall'altra, ma non alzate molto la voce (poichè come detto in presenza, un tono di voce alto può essere interpretato come segno di nervosismo da parte del docente). Evitate invece il parlato per stranieri: tu andare bagno... Cercate di dare da subito la forma corretta anche se semplice.

c) inizialmente il parlato deve essere ricco di referenti concreti (qui e ora). Per questo nelle prime fase lavorate su campi semantici che consentono di fare riferimento all'ambiente circostante e all'immediato vissuto dei bambini e dei ragazzi.

Ci sono dei fattori che possono influenzare i tempi di apprendimento di una lingua?
Certamente
Fra le tante variabili che possono entrare in gioco è bene considerare:
- lo status che il contesto sociale attribuisce alla lingua di origine; il fatto di possedere una lingua poco considerata nel paese di arrivo inizialmente può portare ad un apprendimento anche veloce dell'italiano, ma, in seguito si possono avere problemi di rifiuto della propria identità originaria e di conseguenza una influenza negativa sull'apprendimento della lingua del paese di accoglienza
- la possibilità di contatti con gli autoctoni; si impara la lingua parlandola con i pari. Se i contatti con i compagni, fuori dalla scuola, sono frequenti, i bambini e i ragazzi apprenderanno meglio la lingua. Ciò non significa che gli alunni non debbano parlare la lingua di origine a casa. Anzi... incentivatene il mantenimento.
- l'età al momento di arrivo; i bambini, è inutile dirlo, sono avvantaggiati rispetto agli adulti..
- lo status socio-economico della famiglia;
- il progetto migratorio; se la famiglia, o l'adulto, hanno un progetto stanziale l'investimento sull'apprendimento della lingua sarà maggiore rispetto a chi pensa di tornare nel paese di origine. Il problema diventa rilevante quando l'apprendente percepisce la situazione provvisoria, quando in realtà , per vari motivi, diventa definitiva.
- il conflitti che derivano dalla costruzione di una nuova identità.


Altre puntualizzazioni utili
Gli errori non sono da considerare un non apprendimento (tranne le fossilizzazioni), ma sono frutto dei meccanismi di elaborazione del linguaggio.

le modalità di apprendimento di una lingua sono diverse nel bambino e nell'adulto I bambini utilizzano molto un approccio globale alla lingua, mentre gli adulti più frequentemente preferiscono analizzare fin da subito la lingua e "cercare la regola".

le interferenze della prima lingua sull'apprendimento della seconda sono limitate. Indipendentemente dalla lingua di origine tutti gli apprendenti di una L2 passano dalle stesse fasi. Variano i tempi di acquisizione: molto lunghi, mediamente, negli asiatici, più brevi nei parlanti provenienti dall'est Europa. Le interferenze si hanno: sull'ordine delle parole, sulla fonologia. A volte c'è il trasferimento di una regola della L1 sulla L2 ( es. la sole per i tedeschi, la mare per i francesi).


- è importante mantenere la prima lingua per evitare forme di semilinguismo. Perdere la prima lingua mentre se ne sta acquisendo una seconda significa sgretolare le fondamenta su cui si costruisce l'apprendimento della L2. Il semilinguismo è causa di molte difficoltà nello studio (anche se vi ricordo la lingua dello studio si apprende più tardi rispetto alla lingua della comunicazione)

- la lingua non è fatta solo di lessico e morfosintassi, ma di impliciti, referenti culturali, concetti, regole pragmatiche. Per questo la grammatica va fatta, se i ragazzi sono più grandi, ma non è la conoscenza della grammatica che garantisce una buona competenza comunicativa

Per riflettere su alcune questioni metodologico didattiche

A) Secondo gli studi di Krashen la comunicazione naturale facilita l'apprendimento.

Che cosa si intende per comunicazione naturale? Si intendono tutti gli scambi comunicativi che sono inseriti in un contesto, che nascono da bisogni di esprimersi e non sono legati alla necessità di esercitarsi in maniera formale sulla lingua.
Fanno parte della comunicazione naturale anche la spiegazione dell'insegnante, gli scambi in classe con i compagni durante le attività o i momenti di pausa, ecc. Non fanno parte della comunicazione naturale tutto ciò che viene creato per fare una esercitazione decontestualizzata. Ad esempio gli esercizi di "volgi al plurale… volgi al femminile,… metti l'articolo…"
Krashen sostiene che gli alunni esposti maggiormente ad un parlato naturale, spontaneo, acquisiscono una migliore competenza comunicativa rispetto a chi è stato esposto solo ad una lingua formale, decontestualizzata.
Nella pratica didattica significa che: occorre creare contesti motivanti in cui inserire l'unità di lavoro. La lezione non dovrà essere solo "insegnamento della grammatica" che è solo una delle tante "sotto competenze" che compongono la più ampia "competenza linguistico comunicativa" ma dedicare buona parte del tempo alle produzioni orali e scritte a partire da temi di discussione, fumetti, canzoni, film ….


B) E' importante rispettare la fase silenziosa.

Come tutti avrete sicuramente notato esiste una fase iniziale in cui gli apprendenti non parlano. È una fase in cui si ascolta, ci si orienta nel nuovo sistema fonologico, si cerca di isolare le prime parole significative, utili per l'apprendimento. Il periodo del silenzio varia da apprendente a apprendente: mediamente da uno a tre mesi. Nei bambini di origine cinese a volte si hanno tempi più lunghi. Non è positivo forzare gli apprendenti a parlare: tale periodo infatti è funzionale alla prima sistemazione della lingua. Coloro che sono stati in qualche misura spinti a parlare da subito hanno successivamente dimostrato produzioni più scorrette rispetto a coloro che avevano potuto usufruire di un periodo di solo ascolto.
Nella pratica didattica occorre impostare i primi mesi di lezione soprattutto sull'ascolto. Con i bambini possiamo utilizzare il metodo del Total Phisical Response. Con gli adulti alfabetizzati possiamo invece abbinare ascolto e produzione scritta senza chiedere nelle prime fasi la produzione orale.

C) Un clima sereno e rilassato favorisce l'apprendimento

Poiché la lingua è uno degli strumenti utilizzati per esprimere la propria identità, i propri affetti, la propria cultura, il proprio status possiamo comprendere quanto l'emotività, lo stato psicologico di un apprendente possano influire sull'apprendimento. Sappiamo, soprattutto negli adulti, quanto "la paura di perdere la faccia" blocchi l'apprendimento. Anche con i bambini imparare divertendosi, imparare senza rendersi conto di stare imparando è forse il modo migliore per favorire lo sviluppo della lingua.
Nella pratica didattica significa utilizzare alcune strategie della metodologia ludica; con gli adulti promuovere di più forme di autovalutazione; creare occasioni di scambi, discussioni, uso di film, canzoni ecc.
D) la conoscenza della grammatica non garantisce una corretta applicazione delle regole

Vi è infatti una fase in cui si può imparare la regola a memoria (e si può anche applicarla correttamente negli esercizi formali), senza tuttavia utilizzarla nel parlato spontaneo. Le regole grammaticali devono essere in qualche misura "processate/ elaborate/ fatte proprie" prima che compaiano nelle produzioni naturali. Ci sono infatti delle tappe di acquisizione della lingua che sono in qualche misura obbligate. Presentare il passato prossimo nelle prime fasi, ad esempio, porterà solo alla frustrazione dell'insegnante e degli alunni, poiché il passato prossimo si acquisisce più tardi rispetto al presente. La stessa cosa vale per l'articolo che viene introdotto nelle prime unità, se non nella prima, ma che viene invece appreso (cioè compare nelle produzioni spontanee degli apprendenti) dopo quasi circa un anno.
Nella pratica didattica dobbiamo cercare di rispettare le fasi di apprendimento di una lingua (vd. studi di linguistica acquisizionale) e osservare le produzioni spontanee dei nostri apprendenti che dicono il reale livello di apprendimento di una struttura linguistica.

E) La correzione degli errori non serve ai fini dell'apprendimento

Purtroppo è così: se l'apprendente non si trova ancora nella fase prossimale difficilmente riuscirà a trarre vantaggio dalla correzione degli errori. La correzione dunque serve solo se mirata e non a tappeto. Questo non significa che non dobbiamo correggere: gli apprendenti lo chiedono. Dobbiamo essere solo consapevoli che servirà a poco per l'apprendimento.
Nella pratica didattica occorre dunque concentrare l'attenzione soprattutto sulle strutture linguistiche che sono oggetto di lavoro (soprattutto dell'apprendente), favorire forme di autocorrezione o di correzione insieme allo studente.

F) E' importante creare situazioni comunicative significative impostando il lavoro sui bisogni dei nostri alunni

È un punto strettamente collegato al primo. Ogni docente prima di elaborare il piano di lavoro con i propri allievi dovrebbe in qualche misura capire i bisogni linguistici , i contesti in cui usano l'italiano, le loro aspirazioni, i progetti futuri, gli studi che stanno effettuando… Nella pratica didattica occorre favorire gruppi di lavoro con compiti motivanti utilizzando, ad esempio il Project Work

G) La buona riuscita nell'italiano L2 dei nostri alunni dipende anche dalla organizzazione delle attività di sostegno linguistico e del lavoro in classe
In base all'età ,alle risorse disponibili occorre sempre valutare anche le modalità organizzative dei laboratori linguistici: se sia più fruttuoso, ad esempio, organizzare gli interventi sull'italiano in orario scolastico o extrascolastico, se progettare corsi intensivi o diluiti nel tempo. Non c'è un modello definito e ritenuto valido in tutti i casi. I corsi intensivi in genere non danno i frutti sperati, soprattutto con alcuni gruppi linguistici perché il periodo del silenzio è molto più lungo rispetto ai tempi di intervento. Anche gli interventi troppo diluiti nel tempo rischiano di essere poco incisivi. Meglio programmare, se possibile interventi a scalare un po' più intensi nelle prime fasi ( 6 ore settimanali, ad esempio, per tre mesi) e più diluiti successivamente (prima 4 poi 2 ore settimanali per 6 mesi). È importante inoltre coinvolgere il consiglio di classe nel suo insieme poiché nella maggior parte delle ore il ragazzo starà in classe. L'apprendimento della lingua dunque dovrà essere sostenuto in qualsiasi momento e in qualsiasi disciplina. Da qui la necessità di una elaborazione comune del piano di intervento in cui tutti i docenti siano direttamente coinvolti.