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il Sole 24 Ore - 29 aprile 2001

http://sole.ilsole24ore.com/cultura/domenica/focus_2904/art_landes.htm

 

Il tramonto dell'Oriente

di David S. Landes

La storia mondiale della tecnologia è quella di una lunga e protratta inversione di ruoli. Sul finire del primo millennio, le civiltà dell'Asia erano molto più avanti dell'Europa in termini di ricchezza e di sapere. Dopo il potere e la pompa della Grecia e di Roma, l'Europa del cosiddetto Medioevo (attorno al X secolo) aveva scordato gran parte della propria scienza e l'economia era tornata a un'autarchia generalizzata. C'era poco commercio con l'estero perché c'era poco surplus da vendere e i beni importati erano spesso pagati in esseri umani. Non esiste testimonianza di povertà più veritiera dell'esportazione di schiavi o del durevole esodo degli emigranti in cerca di lavoro.

Cinquecento anni dopo, la situazione era ribaltata. Mi pare riassumerla bene un evento significativo: la penetrazione dei portoghesi nell'Oceano Indiano, una prodezza straordinaria. Alcuni studiosi vi diranno che è stato un caso, che il contatto avrebbe anche potuto prodursi nell'altro senso grazie a navigatori musulmani, indiani o cinesi. I cinesi non avevano forse mandato flotte imponenti verso le coste orientali dell'Africa nel primo Quattrocento, più numerose, meglio attrezzate e ben prima di quelle portoghesi?

Non credeteci. La priorità asiatica viene affermata oggi in modo prepotente perché una nuova grande inversione sta portando l'Asia sul proscenio e la storia, intesa come disciplina, si affretta a giustificare e a santificare gli eventi ex post. É difficile far convivere una nuova storia mondiale "multiculturale" con la storia eurocentrica di progresso e di trasformazione, perciò una nuova ortodossia politicamente corretta o presunta tale vorrebbe farci credere che eventi contingenti (le acquisizioni dei portoghesi e poi di altri nell'Oceano Indiano; la conquista spagnola prima e poi di altri nel Nuovo Mondo) abbiano conferito all'Europa un piccolo vantaggio iniziale poi trasformatosi in secoli di dominio e di sfruttamento. Una chiosa a questo mito vuole che alcune società non europee fossero anch'esse sull'orlo di una rivoluzione tecnologica e scientifica e che la tirannia europea abbia "congelato la corrente geniale dell'anima asiatica".

A proposito di questo revisionismo, basti dire che: 1) il successo portoghese era il risultato di decenni di esplorazione razionale e del maggior potenziale di navigazione in un oceano ostile al cabotaggio tradizionale. A sua volta, il miglioramento tecnologico si basava sull'uso di osservazioni e di calcoli astronomici fatti dai musulmani e trasmessi per lo più da intermediari ebrei; 2) la rinuncia della Cina era in parte dovuta a contingenze politiche ma in fondo rispecchiava valori e strutture della società e della civiltà; 3) lo sfruttamento europeo di questa rivoluzione poggiava su una disparità delle tecnologie militari (polvere da sparo e cannoni più efficienti) oltre che sulla superiorità marittima.

L'estensione del potere europeo ad altre parti del mondo è stata l'espressione di queste e di altre disparità. Chiedersi perché società non europee - in particolare l'Islam, l'India e la Cina - non ci siano riuscite significa porre una domanda storica importante. Infatti, si impara dai fallimenti quanto dai successi. Vorrei qui provare a rispondere alla domanda a proposito della Cina.

La civiltà cinese era l'unica in grado di uguagliare e perfino di precedere il successo europeo. La Cina aveva due opportunità: quella di generare un processo continuo e autoalimentato di sviluppo scientifico e tecnologico, sulla base delle proprie tradizioni e progressi, e quella di imparare la lezione della scienza e della tecnologia europea quando nel Cinquecento i "barbari" stranieri giunsero in terra cinese. Non ha saputo cogliere né l'una né l'altra.

Sul primo fallimento, gli studiosi hanno prodotto indagini e analisi a iosa. Eppure rimane tuttora un mistero nonostante lo sforzo monumentale compiuto da Joseph Needham e altri per appurare i fatti e chiarire le varie questioni. I sinologi dicono per esempio che, in diversi settori della tecnica industriale, la Cina era più avanti dell'Europa: in quello tessile, i cinesi disponevano di filatoi meccanici dal Duecento, circa cinquecento anni prima che nell'Inghilterra della rivoluzione industriale comparissero telai e filatoi idraulici. Nella metallurgia, i cinesi impararono presto a usare il carbone e probabilmente antracite depurata (invece del carbone di legna) per alimentare le fornaci che verso la fine del X secolo producevano, pare, fino a 25mila tonnellate di ghisa, una quantità che la Gran Bretagna raggiunse soltanto settecento anni più tardi. Gli esempi di priorità cinesi possono comporre un lungo elenco: la carriola, la staffa, il collare rigido per non strozzare i cavalli, il compasso, la carta, la stampa, la polvere da sparo, la porcellana. Ma non il ferro di cavallo.

Il mistero sta nel fatto che la Cina non ha sfruttato il potenziale delle più importanti tra queste invenzioni. Si crede di solito che conoscenza e know-how siano cumulativi e che una tecnica migliore, una volta nota, prevalga su altri metodi e rimanga in uso. Ma la storia cinese offre numerosi esempi di regressione e di oblio tecnologico. La macchina per filare la canapa non è mai stata adattata alla manifattura del cotone e il filatoio per il cotone non è mai stato meccanizzato. La fusione con carbone o antracite è stata lasciata cadere in disuso insieme alla metallurgia. Perché? I sinologi hanno proposto diverse spiegazioni parziali e queste mi sembrano le più convincenti.

1) L'assenza di un libero mercato e di diritti di proprietà istituzionalizzati. Lo Stato cinese ha sempre interferito con l'impresa privata, per far proprie alcune sue attività, per proibirne o inibirne altre, per manipolare i prezzi, per ottenere tangenti. A volte per il desiderio di riservare mano d'opera per l'agricoltura, o di controllare risorse importanti, per esempio il ferro e il sale; o per fame di introiti (la storia della gallina dalle uova d'oro è un leitmotiv della storia nazionale); per paura e disapprovazione nei confronti dell'arricchimento personale, ma non di quello dei funzionari statali e ciò ne favoriva la corruzione e la ricerca di rendite. E per una ripugnanza verso il commercio marittimo nel quale il Celeste Impero vedeva una diversione dai suoi compiti terreni, una forza che creava divisioni e disparità di reddito in quel regno ecumenico e, peggio ancora, era un invito ad andarsene. Sotto la dinastia Ming (1368-1644) lo Stato cercò addirittura di vietarlo del tutto. Simili divieti portavano all'evasione e al mercato nero, alla corruzione che li accompagnava ("protezione" comprata), a repressioni del contrabbando, confische e sanzioni. Tutto ciò soffocava ogni iniziativa, accresceva il rischio e il costo delle transazioni, distoglieva i talenti dal commercio e dall'industria.

2) I valori più generali della società. Etienne Balazs, il grande sinologo di origine ungaro-franco-tedesca, ritiene che la tecnologia abortita rientri in un modello più ampio di controllo totalitario. Non lo spiega - come altri fanno - in termini di centralismo idraulico, ma con l'assenza di libertà, con il peso delle usanze, del consenso e di quella che veniva considerata una saggezza superiore.

Tutto ciò accentuò il contrasto con l'Europa. Là dove la frammentazione e le rivalità nazionali costringevano i governanti europei a dar retta ai sudditi, a riconoscerne i diritti e a proteggere le fonti di ricchezza, i governanti cinesi potevano agire a proprio piacimento. Comunque si intrecciassero tutti i diversi fattori, ne risultò uno strano andamento fatto di iniziative isolate e di discontinuità degne di Sisifo - su, su, su, per poi ricadere - come se la società fosse intralciata da un sistema di frenaggio omeostatico o da un soffitto di seta. Il risultato, se non lo scopo, fu una sorta di cambiamento nell'immobilismo, o forse di immobilismo nel cambiamento. L'innovazione era autorizzata a procedere (o era in grado di farlo) fino a un certo punto e non oltre.

Gli europei non subivano ingerenze così pesanti. Durante gli stessi secoli facevano il proprio ingresso in un mondo entusiasmante di innovazione e di emulazione che sfidava e attraeva gli interessi costituiti, e costringeva le forze della conservazione a una faticosa rincorsa. I cambiamenti erano cumulativi, le informazioni sulle novità circolavano velocemente e un senso di progresso si sostituiva alla riverenza estenuata nei confronti dell'autorità. Quell'inebriante sensazione di libertà toccò e contagiò tutto quanto. Per la Chiesa, furono secoli di eresie, di iniziative popolari che, ce ne rendiamo conto ora, anticipavano la rottura della Riforma. Nuove forme di espressione e di azione collettiva sfidarono le vecchie organizzazioni sociali e di governo. Nuovi modi di fare e di costruire resero la novità una virtù e una fonte di delizie.

In tutto ciò, la Chiesa cristiana svolse un ruolo notevole di custode del sapere e di scuola per tecnici. Ci si poteva aspettare che non lo facesse, che la spiritualità organizzata, che tanto insisteva sulla preghiera e sulla contemplazione, s'interessasse ben poco alla tecnologia e, siccome considerava il lavoro manuale una punizione per il peccato originale, non gradisse i congegni che risparmiavano mano d'opera.

Ma accadde il contrario: il desiderio di liberare i chierici da mansioni umili e defatiganti portò all'introduzione e alla diffusione di macchine e, sull'esempio dei Cistercensi, all'assunzione di conversi da destinare ai lavori pesanti. A sua volta, questo portò a una consapevolezza e a un riguardo per il tempo e per la produttività. Così entro le mura dei monasteri sorsero straordinari complessi di macchinari semoventi, concepiti per sfruttare al massimo l'energia idraulica disponibile e per distribuirla lungo una sequenza di operazioni produttive. Una descrizione dell'abbazia di Clairvaux attorno alla metà del X secolo è un inno gioioso a tanta versatilità: "coquendis, cribrandis, vertendis, terendis, rigandis, lavandis, molendis, molliendis, suum sine contradictione praestans obsequium". L'autore, palesemente orgoglioso di questi successi, avverte poi i suoi lettori che si permetterà di scherzare (con l'equivalente per il clero medievale del nostro "mi si perdoni l'espressione"): i folloni, scrive, sembrano aver dispensato i follatori dalla penitenza per i loro peccati, e sia lodato Dio per simili congegni che mitigano l'opprimente fatica degli uomini e risparmiano la schiena dei loro cavalli.

Come mai questa peculiare joie de trouver europea? Questo piacere del nuovo e del meglio? Questo coltivare l'invenzione o quello che altri chiamano "l'invenzione dell'invenzione"? Gli studiosi hanno proposto ragioni diverse, solitamente riferite a valori religiosi giudaico-cristiani.

1) Il rispetto per il lavoro manuale, riassunto in innumerevoli ingiunzioni bibliche. Un esempio per tutti: Noè viene a sapere del diluvio imminente e che egli stesso si salverà, ma non è Dio a salvarlo: "Costruisci un'arca", dice il Signore, e Noè la costruisce su specifiche divine.

2) La subordinazione della natura all'uomo. Questo si discosta nettamente dalle credenze e dalle pratiche animistiche che vedevano qualcosa di divino in ogni albero e ogni torrente (si pensi alle naiadi e alle driadi). Gli ecologisti direbbero oggi che tali credenze erano preferibili a quelle che ne hanno preso il posto ma nell'Europa cristiana nessuno dava retta ai pagani adoratori della natura.

3) Il senso di un tempo lineare. Altre culture ritenevano che il tempo fosse ciclico e ritornasse a stadi precedenti prima di ripeterli. Il tempo lineare può essere concepito come progressivo o regressivo, in direzione di un miglioramento o di un peggioramento rispetto allo stato di cose precedenti. Per gli europei di quei secoli, prevaleva nettamente la visione progressiva.

In ultima analisi, tuttavia, sottolineerei l'importanza del mercato: in Europa vigeva la libertà di impresa, l'innovazione funzionava e pagava, c'erano vincoli a quello che i governanti e gli interessi costituiti potevano fare per impedire o per scoraggiare l'innovazione. Il successo generò imitazione ed emulazione ma anche la sensazione di un potere che a lungo andare avrebbe innalzato gli uomini quasi al livello degli dèi. Rimanevano vive le antiche leggende - l'espulsione dal Paradiso, Icaro che vola troppo in alto, Prometeo incatenato - come monito contro la hubris. Il concetto stesso di hubris, di insolenza cosmica, rivela le grandi ambizioni di alcuni uomini e gli sforzi di altri per porvi freno. Ma chi era concentrato sull'azione non ci badava affatto.

(Traduzione di Sylvie Coyaud)

 

29  aprile 2001