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Catia Sonetti

(docente di italiano e storia presso l'ITG "Buontalenti" di Livorno, collabora a varie riviste di ricerca storica)

Dall'esercizio dell'ascolto alcune riflessioni sul tempo

"La radice di ogni guaio, si potrebbe dire, sta nei tempi verbali, o meglio, nell'incongruenza tra il tempo vissuto ("tempo misto", lo chiama Svevo) e i "tempi puri" della grammatica, i quali obbligano a scegliere univocamente a favore del presente o del passato: due cristallizzazioni, indubbiamente molto economiche, agli effetti della vita pratica, ma indegne dell'uomo...." 1

Questa considerazione di Renato Barilli, a proposito di Svevo, mi è utile per articolare la mia proposta e introdurre un'ipotesi di pratica didattica, ricca di implicazioni sul tema del tempo. Vorrei cioè soffermarmi sull'argomento che sta al centro di questo progetto: Multiverso - il Tempo - attraverso l'uso della fonte orale nell'esperienza scolastica. L'utilizzazione di questo tipo di fonte implica scelte metodologiche e culturali abbastanza diverse a seconda dell'ordine di scuola nel quale la inseriamo ma poiché lo spazio è limitato, limitata ad un solo ordine di scuola, sarà anche la proposta che introduco. Voglio soffermarmi pertanto sull'uso della fonte orale dentro la seconda parte della scuola secondaria superiore, ipotesi estendibile anche ai corsi post-diploma o di formazione per adulti che, per fortuna di tutti, si vanno organizzando da più parti, e con soggetti istituzionali anche differenziati.

Esemplifico raccontando una situazione ben precisa: il corso per documentalista della Provincia di Livorno 2. Utenza: donne provviste di studi di secondaria superiore, talvolta laureate; argomento su cui ruota il corso: il quartiere Corea di Livorno. A me viene affidato l'intervento sulle "Fonti orali". Tutta la prima parte delle mie lezioni è di tipo metodologico e tecnico rispetto al tema assegnato, ed esula pertanto dall'argomento che qui si deve trattare. Il momento centrale del corso, è dedicato invece proprio alla raccolta di un piccolo campione di fonti orali sull'argomento, attraverso l'intervista registrata.

Occorre ricordare che in questo quartiere ci fu negli anni settanta una delle più significative esperienze pedagogico - didattiche di tutto la storia italiana del secondo dopoguerra: il Villaggio scolastico e i "Quaderni di Corea" e per capire le considerazioni che, qui di seguito propongo, tenterò di dare un breve quadro illustrativo della vicenda e dei suoi protagonisti.

Intanto va precisato che vi gravitarono soggetti istituzionali di tipo diverso: la Chiesa con Don Nesi, e i sacerdoti dell'ordine Madonnina del Grappa, il Comune di Livorno, il sindacato dei ferrovieri perché lì c'era il Deposito delle Ferrovie con 900 addetti, la Consulta di quartiere poi Consiglio, poi Circoscrizione, il partito comunista che aveva la maggioranza schiacciante dei consensi, gli insegnanti che vi operarono, la rete di volontari che appoggiò l'esperienza stessa.

La cornice di quell'esperienza: un quartiere a nord della città, nato nel secondo dopoguerra, costruito in fretta a causa dell'emergenza - casa, con materiali provenienti dalle stesse rovine edilizie della città pesantemente bombardata.

Gli abitanti del quartiere: ex baraccati della Fortezza Nuova ed anche profughi del Polesine. Famiglie numerose ammassate in pochi metri quadrati, con una popolazione giovanile altissima ma che denunciava un abbandono della scuola che arrivava, ancora agli inizi degli anni sessanta, al 40% degli aventi diritto all'obbligo.

Per un circuito "virtuoso" di intenti, nasce l'esperienza del Villaggio scolastico attorno alla figura di Don Nesi, che diventa motore propulsore di altre iniziative legate sempre alla scuola che faranno sì che lì sorga per merito di una sottoscrizione pubblica una scuola media, immediatamente donata alla Stato, Stato che, in via del tutto eccezionale per quegli anni, autorizza una sperimentazione di tempo pieno, con insegnanti tutor, con l'abolizione dei libri di testo e la loro sostituzione ad una didattica di Laboratorio interattivo e legato ad esperienze concrete. Saranno questi gli strumenti con i quali verrà concretamente elaborato questo percorso d'avanguardia pedagogica e culturale.

L'esperienza nonostante il suo attore principale sia un sacerdote, è profondamente laica e fortemente connotata a sinistra.

Nel suo costruirsi produce numerosi quaderni di riflessione pedagogica e didattica che attirano su Corea un interesse internazionale. La scuola sarà oggetto di analisi della stampa specializzata, delle università italiane e straniere (vengono visitatori dal Giappone, dal Canada, dagli Stati Uniti)e numerosi specialisti del settore si muoveranno per conoscerla. Ma dall'ascolto delle testimonianze raccolte emerge una memoria dicotomica. Da una parte, i protagonisti della vicenda che in molti casi hanno visto nascere, crescere fino a scomparire tutta l'esperienza del Villaggio Scolastico, senza mai il desiderio di trasferirsi da un'altra parte, che l'hanno custodita come tappa preziosa della propria esistenza umana oltre che professionale, dall'altra una memoria che possiamo chiamare cittadina, che non pare conservarne ricordi ben delineati e forti, anzi spesso ne conserva una memoria ostile. Così accade che i soggetti che hanno attraversato quella esperienza, l'hanno protetta congelandola in quel presente immodificato, ribadito dal tempo verbale della narrazione: il presente. Gli altri la rievocano come in un passato remoto, qualcosa che si è dileguato, e non si trovano appigli significativi per riproporre Ed è sulla dimensione temporale che voglio articolare le mie osservazioni.

Il giudizio che si ricava dalle testimonianze è che l'esperienza nel suo complesso, nel luogo nel quale era germinata e si era radicata, era troppo avanzata per il contesto locale che la doveva accogliere e rielaborare. Ed allora accade che l'Aurelia che ne costituisce un confine ben definito in senso geografico, ne costituisce anche una soglia in senso culturale, un limite. Al di là di quel limite si discute della vicenda Corea tra esperti, addetti ai lavori, intellettuali accademici e non, tutti rigorosamente lontani in senso geografico, mentre dentro la città, nell'intera sinistra cittadina, peraltro aperta e dinamica perlomeno in quegli anni, dentro una configurazione sociale e persino etnica, articolata e differenziata da secoli, l'esperienza viene guardata con sospetto. Gli operatori della diverse scuole riempiono la sala del villaggio scolastico in occasione di dibattiti e di aggiornamenti educativi ma non trasferiscono quell'esperienza nella loro pratica quotidiana.

E del resto da parte delle scuole cittadine che accolgono gli ex ragazzi di Corea non c'è mai nessun tentativo di incontro e di raccordo tra il segmento della scuola secondaria e la fase dell'obbligo. Dice un intervistato, ex presidente di Circoscrizione, V.M.: "Momenti di incontro non ce n'è mai stati.... Era un pochino una cerchia chiusa". A ricostruire la vicenda oggi si ha la sensazione che non sia stata una cerchia chiusa quella che fece la sperimentazione ma che la città, l'opinione comune degli altri, l'abbia confinata dentro il ristretto perimetro del quartiere. Farla debordare da quel contesto era probabilmente troppo faticoso e destabilizzante per chi operava nella scia della consuetudine e della tradizione. E allora è successo che, a livello di prassi narrativa, chi ha vissuto da attore quella storia e ne è stato coinvolto e trasformato, l'ha protetta portandosela dentro, nella memoria sentimentale oltreché mentale, come qualcosa di prezioso da proteggere e conservare, qualcosa di sempre presente a sé stesso, al quale poter ricorrere. Gli altri se ne sono liberati.

Se ci fosse lo spazio e il contesto fosse più specificatamente storiografico, meriterebbe a questo punto, aprire anche una discussione sui linguaggi delle avanguardie, non solo politiche, ma soprattutto sociali, che hanno costruito storie in quegli anni simili a questa. Penso, per esemplificare, alla vicenda della chiusura dell'Ospedale Psichiatrico di Volterra, che dentro la città ha, come nel caso di Corea a Livorno, lasciato memorie contrastanti e conflittuali a tutt'oggi. Così ritornando alla considerazione di Barilli, dalla quale ero partita è possibile vedere tramite un'esperienza di carattere storico e non letterario, con attori che non sono autori ma persone "normali", come la complessità della dimensione temporale sai in ciascuno qualcosa di misto e di articolato, come i tempi grammaticali non corrispondano ai tempi mentali ed emotivi, e come pertanto siano anche spie di "altro" da indagare, da comprendere ed approfondire. Così dalla semplice struttura narrativa di una storia si può risalire alla complessità e circolarità filosofica della categoria tempo oltreché alla complessità e ambiguità della medesima in una cornice storiografica.

Provo a fare un'altra esemplificazione, sempre di tipo storico, ma con caratteri completamente diversi.

Si tratta di un altra esperienza, nata stavolta dentro l'ambito della ricerca, ma facilmente trasferibile dentro la pratica scolastica, ma che permette una riflessione sulla ambiguità del rapporto presente - passato. E' un'indagine sulla memoria conservatasi dentro la comunità di anziani elbani di provenienza operaia, attorno ad un personaggio come Pietro Gori accostato a quello di Giuseppe Stalin. Ascoltando le voci dei narratori si evidenzia che: attorno alla figura del vecchio anarchico il racconto si è condensato nella forma dell'aneddoto, che "viene raccontato anzi recitato dagli intervistati all'interno di una struttura dialogica nella quale sono interpretati progressivamente i diversi personaggi della vicenda. E' necessario rimarcare come questa tecnica teatrale sia adottata con grande disinvoltura, secondo una tradizione tipica della cultura orale, abituata ad utilizzare tutte le possibilità della lingua parlata e della gesticolazione. Se l'intervistato "recita" la "voce dei contadini",3 il tono diviene sommesso, con un accento umile e meravigliato, come si conviene a dei subalterni. Se invece sta riportando la voce del giovane Gori, il tono si fa sicuro ed ardito e la fraseologia adottata diviene più roboante e più carica di valori."

Quando poi si passa a ragionare sulla figura di Giuseppe Stalin si verifica che ".. le considerazioni che si possono sviluppare attorno a questa figura sono tutte più o meno riconducibili all'interno della cultura iconografica, se così posso dire, della sinistra. Il fatto singolare è dato dalla collocazione: sullo stesso piano di interesse e di affetto di Gori ma è interessante rimarcare la diversa struttura linguistica che prendono i frammenti della memoria rapportandosi a queste due diverse occasioni di rievocazione. Leggo in una trascrizione da un'intervista: "Stalin ha fatto quello che ha fatto perché era un uomo d'azione. Questo (Gori, ndr) è un santo. Bisogna accettarli tutt'e due." 4

"Proviamo a fermarci sui particolari. La frase con la quale si esplicita Stalin è una proposizione causale, con il verbo utilizzato al tempo passato. Questa forma denota la necessità di "giustificare" con una spiegazione la 'bontà' di Stalin, perlomeno nei confronti dell'ascoltatore. Questo accade perché è un'esperienza più usurata di quella di Gori; forse perché si tratta di un mito completamente rigettato dalle generazioni politiche più recenti. L'intervistato ne è ben consapevole e in questo modo difende una memoria contro un presente che vorrebbe negargliela. Diverso è il caso di Gori.

Da una parte c'è l'uso dell'aggettivo dimostrativo che indica la vicinanza dell'oggetto in discussione nei confronti della fonte. E per sottolineare meglio la contiguità tra la vita quotidiana dello stesso intervistato e il personaggio anarchico, c'è la presenza del verbo 'Essere' impiegato al tempo presente del modo indicativo, e c'è il tono tipico delle affermazioni inconfutabili." 5

Cosa è successo in questo caso? Lo spostamento temporale è stato fatto tra due momenti passati, nessuno dei quali fra l'altro vissuto in prima persona. E' in questo caso una rielaborazione narrativa dentro una storia mitica, ma forse proprio perché non fa parte del vissuto dei testimoni ma è arrivata a loro e quindi a noi, attraverso la voce corale di quella comunità di parlanti, ha ancora più significato. Neppure in questo caso difatti l'esercizio della memoria sul tempo è neutro. Gli intervistati non si sono limitati a conservare quella vicenda, quella di Gori che è stata loro tramandata, ma è come se avessero anche deciso che quella vicenda di cui non hanno fatto diretta esperienza, è però per loro, più significativa e più carica di valore, di quell'altra alla quale in qualche modo hanno perlomeno assistito, cioè la Russia di Giuseppe Stalin.

Livorno, 2 maggio 2001

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1 Renato Barilli, La linea Svevo-Pirandello, Milano, Mursia, 1077, [2 ediz. Ampliata], p124.

2 Corso per Documetalista, Provincia di Livorno ( ancora in corso d'opera)

3 Catia Sonetti, Alcune ipotesi per uno studio del mito nella cultura operaia a Portoferraio, in Fonti orali. Studi e ricerche, Bollettino nazionale d'informazione dell'Istituto piemontese "Antonio Gramsci", anno III,, n.1 - aprile 1983,pag.52.

4 ibidem, p.53

5 ibid.