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Mario Grilli

Il tempo

Un problema antico e complesso

Roma, CISU 2000

(del saggio di Mario Grilli, docente di fisica generale presso l'Università di Roma "La Sapienza", vengono riprodotti qui - con il consenso dell'autore e senza le note - l'introduzione e il capitolo 1; ogni scuola rappresentata nell'incontro del 4.5.2001 ha ricevuto ulteriore documentazione sull'argomento)

Introduzione

Che cosa è il tempo? Certamente ce lo siamo chiesto più di una volta, magari nel mentre ci chiedevamo perché non è possibile formare l'inesorabile procedere, che tutto trasforma e deteriora intorno a noi e dentro di noi.

E' ben noto quanto questa sia una domanda cui è difficile rispondere, al cui riguardo Sant'Agostino diceva "Che cosa è, infatti, il tempo? Chi potrebbe darne una breve e facile definizione? Chi ne capirà tanto, almeno con il pensiero, da poterne poi far parola? Ed invece vi ha una nozione più familiare, più nota, nel parlare comune del tempo?" (1)

In questa famosa sentenza è espressa la circostanza a noi tutti ben nota per cui è immediato percepire il tempo, ma non è facile approfondirne il significato logico ed astratto.

Per cercare di comprendere cosa sia ciò che noi chiamiamo tempo è opportuno più che disquisire astrattamente su questo tema indagare come noi esseri viventi percepiamo e misuriamo il tempo, come e dove questo entra nella vita dell'universo, del nostro pianeta, degli organismi viventi, i nella storia biologica e sociale di quell'essere particolare che è l'uomo. A grandi linee un tale approccio al problema ricorda quello operativo, largamente usato nella definizione di molti concetti e grandezze dal fisici, per i quali "il concetto di tempo è determinato dalle operazioni con cui misuriamo il tempo stesso" (2).

Coerentemente con questa scelta qui di seguito verranno esplorati il tema della percezione del tempo (capitolo 1), quello del tempo nella natura (capitolo 2), i contributi e i problemi che la ricerca fisica (sia classica che relativistica) ha sollevato e continua a sollevare nel riguardi del concetto di tempo (capitolo 3). Verrà altresì affrontato il capitolo affascinante e conturbante del viaggi nel tempo (capitolo 4), che le teorie relativistiche di Albert Einstein hanno, almeno in linea di principio, dischiuso ed infine (capitolo 5) come si pongono oggi, alla luce del progredire del sapere scientifico, alcune fondamentali dicotomie sul tempo che hanno attraversato tutta la storia del pensiero umano.

Tutti questi temi riguardano i campi più diversi dell'attività pratica e intellettuale deg1i uomini e, perciò, l'indagine sul tempo presenta aspetti fisici, biologici, psicologici, sociologici, filosofici. Proprio perché dotato di tante ramificazioni e sfaccettature il tema del tempo è complesso, vasto e, contemporaneamente, stimolante e coinvolgente. In una rassegna breve, quale la presente, si può offrire al lettore solo uno sguardo d'insieme. Per rendere questo più immediato e vivido si è fatto largo ricorso a citazioni di pensatori diversi. La presente rassegna è particolarmente diretta a quanti desiderino iniziare ad orientarsi in questo campo. Il livello al quale sono trattati i vari argomenti, sfrondati al massimo da specialismi e tecnicismi, rendono il presente libro largamente accessibile. Si rinvia quanti volessero approfondire gli argomenti trattati alle note e alla bibliografia, che completano il testo.

L'indagine sul tempo (3) è antica, essendo iniziata già molto prima della filosofia greca classica e non può meravigliare che sia tuttora aperta ove si tenga conto che, come è ormai scientificamente accertato, il destino e la storia del tempo sono strettamente legati a quelli dell'intero Universo. Le nostre conoscenze sul tempo sono, perciò, legate alle continue conquiste della ricerca cosmologica, teorica e sperimentale. Questa ultima è in rapido sviluppo grazie al progredire delle tecniche di osservazione, che ci permettono di esplorare zone sempre più lontane dell'universo.

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(1) Sant'Agostino, Confessioni Milano, Rizzoli, 1994.

(2) P.W. Bridgmann, La logica della fisica moderna, Torino, Einaudi, 1952, p. 75.

(3) Breve bibliografia sul tema del tempo (opere recenti e, preferibilmente, in lingua italiana).

 

1. L'incontro dell'uomo con il tempo

Il tempo è la sostanza di cui sono fatto.

J.L. Borges, 1960

L'esserci (o esistenza).. è il tempo stesso e non è nel tempo...
"Che cosa è il tempo?' è diventato 'chi è il tempo?'
Più precisamente: siamo noi stessi il tempo?

M. Heidegger, 1924

Tutti noi abbiamo percepito il tempo sin da fanciulli in conseguenza di orari, più o meno rigidi, che sono stati imposti alla nostra giornata, temporalmente sempre più organizzata, in parallelo con il nostro progressivo inserimento nella vita scolastica e sociale. Da svariate ricerche psicologiche risulta che la grande maggioranza del fanciulli in età scolare "sembrano non solo avere una idea chiara del continuum temporale passato-presente-futuro, ma anche di padroneggiare adeguatamente le forme verbali necessarie ad esprimere questo concetto" (4).

Tutto ciò ci ricorda che Il senso del tempo si apprende ed inoltre che, in larga parte, questo concetto si radica in noi grazie ai contatti con gli altri: "Gli uomini creano il tempo con la loro convivenza e vicinanza, i loro diacronici intrecci al di del tempo e le loro sincrone relazioni nel tempo" (5).

Il tempo sociale, che così nasce dal rapporti di convivenza e vicinanza, ovviamente cambia, come accenneremo più avanti, al variare dell'organizzazione sociale.

Che il senso del tempo sia il risultato di un progressivo apprendimento risulta anche da una larga serie di ricerche di laboratorio, in particolare da parte di psicologi dell'età evolutiva (J. Piaget, T.G.R. Bower, ecc.). Queste ricerche, facenti parte di studi tendenti a indagare l'acquisizione da parte del fanciullo (dal 2 ai 12 anni, circa) di concetti fondamentali (quali spazio, lunghezza, oggetto, causalità, ecc.), sembrano indicare che la triade simuItaneità, successione fra due eventi e durata di un evento sia il componente fondamentale della temporalità (6). Nella formazione del concetto di tempo nei fanciulli, secondo la maggioranza degli psicologi, la percezione della successione fra due o più eventi sembra precedere quella della durata e della simultaneità (7).

Nella fase centrale e lavorativa della vita di ciascun uomo, il tempo è praticamente scandito, fin da tempi immemorabili, dai ritmi lavorativi individuali e collettivi. Così nell'antico Egitto la suddivisione della notte in dodici parti fu operata dal sacerdoti per regolare i turni presso i templi (8).

Per gli antichi Romani () l'annuncio dell'ora aveva un'importanza particolare per la convocazione del comizi e le udienze in tribunale. Il pretore incaricava uno del suoi assistenti di andare in piazza a leggerla e di gridare pubblicamente la terza, la sesta e la nona ora. L'annuncio veniva dato contemporaneamente in diversi luoghi della città quando si trattava di convocare il popolo alle assemblee, nella ricorrenza di feste o in altre occasioni, quali la distribuzione oraria dell'acqua, come avveniva sotto l'Impero (9).

Già nell'Alto Medioevo (e ben prima dell'anno Mille) abbiamo, presso le comunità monastiche benedettine, una prima regolazione del tempo collettivo grazie all'uso della campana. La regola di San Benedetto, infatti, Il prevedeva otto preghiere distribuite lungo il giorno e la notte, e introdotte dal suono meccanico della campana" (10).

Progressivamente l'uso della campana si estese dal monastero alla vita di intere popolazioni feudali, per cui si aveva (... ) la campana della semina e del raccolto, che chiamava al lavoro, la campana della funzione religiosa e la campana del coprifuoco ... I la campana della spigolatura e la campana del forno, quando veniva acceso il forno del castello per cuocere Il pane, la campana del mercato e le campane che chiamavano a raccolta per una festa, per un incendio o per un funerale (11).

Come è noto, con l'avvento delle macchine l'organizzazione temporale delle società industrializzate fu sempre più dominata dal tempi di lavoro proprio di queste macchine, in base al quali "dovevano muoversi le macchine come gli uomini" (12).

Essendo il senso del tempo così strettamente legato alla organizzazione della società questo è del tutto particolare per i popoli primitivi. In questi è assente una concezione astratta e rigida del tempo ben presente presso le società industrializzate, ed è diffusa, invece, una visione approssimativa, qualitativa e disomogenea del tempo (13). Per questi popoli la vita quotidiana, strettamente legata, per evidenti ragioni, ai ritmi e cicli della natura viene incisivamente inarcata da questi (piogge, piene del fiumi, migrazioni animali, ecc.). Per questi popoli si parla perciò di un tempo ecologico (14), che regola non solo le attività agricole, ma anche la vita civile. Ciò valeva anche per alcuni antichi popoli (Egizi, Babilonesi), che facevano coincidere l'incoronazione di un proprio re, l'apertura di un nuovo tempio, ecc. )n l'inizio di un nuovo ciclo naturale (inondazione del Nilo, nuovo anno solare, ecc.). I popoli, la cui vita è regolata dal tempo ecologico (cioè dai cicli della natura, notoriamente non rigidi e precisi), spesso non posseggono, Il conseguenza, un'entità rigidamente fissata come il nostro "anno", con in principio e una fine definita (15).

Il tempo è tanto disomogeneo per i primitivi, come per noi al contrario è omogeneo ed uniforme, che per i primi i giorni vengono suddivisi infausti ed infausti: "la sorte o le attività degli esseri umani erano attribuite al giorno stesso. Del giorno si parlava come fosse vivo, uno spirito personificato" (16).

Il senso del tempo approssimativo in tutte le popolazioni primitive sembra addirittura assente in alcune di queste (Hopi, Sioux, Nuer, Aborigeni australiani, ecc.), tanto che queste non possiedono espressioni linguistiche (come "è tardi", "l'attesa è stata lunga") che si riferiscono a ciò che l'uomo civilizzato intende per tempo (17).

La vita collettiva e individuale dell'uomo primitivo è, inoltre, caratterizzata dall'incessante ripetizione di riti primordiali ed atti archetipi. Per un simile uomo "ogni ripetizione si fonde con l'avvenimento originario, anzi è praticamente identico ad esso", al punto che ogni aurora 'ripete la prima aurora del giorno della creazione" (18), tanto che si è arrivati ad affermare che l'uomo primitivo vive in un eterno presente (19).

A proposito di prima aurora va ricordato come il tempo compaia in molti miti sull'origine del mondo (cosmogonie) o sulla nascita degli dei ben vivi nell'antichità classica come presso popoli primitivi contemporanei (20).

Nel mito platonico sull'origine del cosmo il Demiurgo (o Padre Creatore) creò l'universo in cui viviamo, sensibile e mutevole, come copia dell'essere eterno ed immutabile e, parallelamente, il tempo del divenire (cronos) come immagine mobile del tempo immutabile ed eterno (aion):

Egli (il Demiurgo) pensò di creare un'immagine mobile dell'eternità (aion) e, organizzando il ciclo, produsse un'immagine eterna, dell'eternità che rimane sempre nell'unità, un'immagine che procede secondo le leggi del numero e che noi abbiamo chiamato tempo (cronos). Infatti i giorni e le notti e i mesi e gli anni, che non esistevano prima che nascesse il cielo, allora egli li fece sorgere insieme ad esso. Tutte queste cose sono parti del tempo e il passato ed il futuro sono forme generate dal tempo che noi inavvertitamente e scorrettamente applichiamo all'essenza eterna (21).

Nel libro della Genesi ebraica, nel Vecchio Testamento (circa 1200 a.C.), troviamo scritto:

Dio disse: "Ci siano luci nel firmamento del cielo, per distinguere il giorno dalla notte; servano da segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni e servano da luci nel firmamento del cielo per illuminare la terra". E così avvenne: Dio fece le due luci grandi, la luce maggiore per regolare il giorno e la luce minore per regolare la notte, e le stelle (22).

In moltissimi racconti mitici, creati da popolazioni, sia primitive che antiche, si parla inoltre di un'età senza tempo (almeno senza morte) vissuta da una umanità felice (regno persiano di Yima, paradiso terrestre ebraico-cristiano, l'età greca dell'oro, ecc.). In tutti questi miti si narra di luoghi fertilissimi, di una esistenza umana senza mali e senza morte che, in seguito ad un errore o peccato, diventa tragica e limitata (23).

Nel racconto ebraico-cristiano (22):

Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l'uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l'albero della vita in mezzo al giardino e l'albero della conoscenza del bene e del male. Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di là si divideva a formare quattro corsi. Il primo fiume si chiama Pison: esso scorre intorno a tutto il paese di Avila, dove c'è l'oro e l'oro di quella terra è fine; qui c'è anche la resina odorosa e la pietra d'anice... li Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse.

A questo punto per completare la serie degli incontri dell'uomo con il tempo, dopo aver ricordato quello del fanciullo e dell'uomo maturo, dobbiamo accennare a quello dell'uomo con la propria vecchiaia.

In questa fase ultima della vita l'uomo, testimone di una realtà tanto diversa da quella alla quale fanciullo si era affacciato, avverte drammaticamente il tempo. Infatti, come dice Sant'Agostino (24), "la mutabilità (della realtà circostanze) rende possibile la percezione e la misura del tempo. Perché il tempo è fatto dalle mutazioni a cui vanno soggette le cose quando variano e si trasformano le forme".

All'ultima parte della parabola della vita umana sono stati dedicati studi e opere del più diverso tenore (25). Da quelle di carattere medico risulta che, pur conoscendo oggi molto sul processi che portano all'invecchiamento dell'organismo, (essendo questo un fenomeno complesso, che coinvolge l'organismo a tutti i livelli, dalle cellule agli organi più complessi), "non esiste ancora una visione d'insieme, una teoria dettagliata capace di spiegare l'invecchiamento dell'organismo e delle popolazioni - a tutti i livelli di ricerca" (26).

Dal punto di vista psicologico si può dire, in breve, che "il mondo dei vecchi è, in modo più o meno intenso, il mondo della memoria. Si dice: alla fine tu sei quello che hai pensato, amato, compiuto. Aggiungerei: tu sei quello che ricordi... La dimensione in cui vive il vecchio è il passato" (27).

Per quanto riguarda la connessione fra memoria ed invecchiamento si può dire che "in effetti il deficit mnemonico è uno del sintomi più gravi dell'invecchiamento, sia di tipo normale che patologico... I risultati sperimentali indicano che la memoria declina progressivamente con l'età" (28).

Si ha una decrescita della memoria molto rapida oltre i 70 anni per raggiungere una efficienza mnemonica tra gli 80 e I 90 anni circa dimezzata rispetto a quella posseduta dal 15 ai 30 anni.

Ciò può spiegarsi, secondo A. Lleury, con il fatto che

nell'invecchiamento i moduli (sistemi in cui si pensa suddivisa la memoria, ciascuno specializzato nell'immagazzinamento ed elaborazione di informazioni specifiche) sono colmi di ricordi (parole, immagini, volti) ma, qua e là, la morte neuronale determina degli oblii, l'usura del processi biochimici riduce la qualità di memorizzazione, le due parti in cui è diviso il cervello hanno difficoltà a comunicare tra di loro e la trasmissione da una regione all'altra del cervello è rallentata da cavi dolori (29).

L'atteggiamento con cui uomini diversi hanno vissuto la parte finale della parabola della vita l'abbiamo sia sperimentato dall'osservazione di tanti che intorno a noi (e prima di noi) sono invecchiati, sia appreso dalla lettura di romanzi, saggi, testimonianze sull'argomento.

Ritroviamo in molti personaggi, dall'antichità ad oggi, una serena accettazione (sul piano della razionalità.) del progressivo e inevitabile decadimento dell'organismo nella vecchiaia, anche se spesso accompagnata (sul piano del sentimenti) da una umana e comprensibile tristezza:

Scorrono le ore, i giorni, i mesi e gli anni e il tempo trascorso non ritorna, né si può immaginare ciò che accadrà in futuro. Ognuno deve accontentarsi del tempo che gli è concesso di vivere (Cicerone).

Dovunque lo mi volga vedo i segni della mia vecchiaia (Seneca).

Raggiungere una età avanzata non è così piacevole come si sarebbe portati a pensare. In ogni caso comporta un crollo graduale del corpo, di quella macchina con cui la nostra follia ci fa identificare (C.G. Jung).

Mentre il ritmo della vita del vecchio è sempre più lento, il tempo che ha avanti a sé si accorcia di giorno in giorno... Il tempo stringe (N. Bobbio) (30).

L'incontro fra l'uomo e il tempo diventa, infine, ultimativo e senza alternative quando la parabola della vita si interrompe, perché "di fronte alla verità ultima, quella della propria morte, tutti gli individui sono vittime del tempo" (31).

La morte è stata pensata dagli uomini anche come uscita dal tempo, come un ritorno 'nel mondo del non essere" (32), come una "notte infinita" (33), oppure come il passaggio da una vita transeunte ad una vita eterna e senza tempo (34).

Questa ultima soluzione, comune a tante religioni, è da alcuni considerata come la forma più antica e più diffusa assunta dal tentativi compiuti dall'uomo per risolvere il problema della finitezza della vita. Secondo questa posizione il tempo vissuto, variabile e limitato, confluirebbe, alla fine della vita, in qualcosa come l'eternità (35), sempre stabile e senza limiti, in cui "non c'è successione, ma tutto è presente" (36).

Terminata questa breve esplorazione dell'incontro dell'uomo con il tempo, passiamo ora a vedere come questo entra nei processi naturali e di come marca la realtà che ci circonda.

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