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(articolo tratto da "Iter – scuola, cultura società", n. 9, pp. 14-19)

Tradizione, identità e memoria

Maurizio Bettini

Il ritorno della Chiesa
Difensori della tradizione
Figure del ricordo
Identità e tradizione
Memoria, tradizione e ricostruzione
Tradizione e identità

Bibliografia
Notizie sull'autore

 

Diceva Aldo Palazzeschi che in Italia è attuale solo il passato. Questo paradosso del vecchio funambolo contiene sicuramente qualcosa di vero. Perlomeno nel senso che la quantità di passato accumulatasi in Italia nel corso dei secoli è talmente grande da proiettare un'ombra, tanto possente quanto continua, sulla nostra contemporaneità. L’Italia è il paese dei monumenti, il paese dei musei e delle biblioteche, il paese della cultura intesa come millenario accumulo di civiltà. Da noi non c'è luogo, anche la più remota cittadina, non c'è aspetto della cultura, persino il nostro modo di mangiare, che non ci mettano subito faccia a faccia con il nostro passato. Va detto però che a dispetto di questa situazione, o forse proprio a causa di essa, noi italiani raramente ci preoccupiamo di riflettere su che cosa significhi vivere in un paese in cui è attuale solo il passato. O meglio, per usare una formula più gentile di quella usata da Palazzeschi, in un paese in cui la presenza della tradizione è così forte da costituire, come spesso si sente ripetere, il fondamento stesso della nostra identità culturale.

La necessità di riflettere su questo aspetto della cultura italiana si ripresenta oggi, allorché vediamo riaprirsi un confronto che sembrava essersi abbastanza sopito negli ultimi anni, quello fra cultura lacca e cultura cattolica, soprattutto in relazione al grande ritorno, sulla ribalta contemporanea, della Chiesa e della spiritualità religiosa in generale. Vorrei, dunque, dedicare alcune riflessioni al tema di tradizione, identità e memoria proprio alla luce di questo problema: il rapporto fra laici e cattolici oggi.

Il ritorno della Chiesa

La cultura religiosa - quella cattolica in particolare - è dunque ritornata al centro della nostra attenzione. Per accorgersene basta accendere la televisione o sfogliare i giornali. Naturalmente, di questo fenomeno sono state date parecchie interpretazioni, e hanno messo in luce aspetti interessanti. Per esempio, coloro che tendono a spiegare i fatti sociali sulla base della teoria della comunicazione, hanno insistito molto sulla massiccia presenza televisiva del papa nel nostro paese e sulla grande capacità mediatica dimostrata dal Vaticano negli ultimi anni. Questa spiegazione è di sicuro molto pertinente, ma è altrettanto chiaro che non può essere l'unica. Il successo comunicativo, infatti, non è legato solo alla quantità dei messaggi inviati, ma anche al I contenuto e, soprattutto, alla rete di associazioni che essi vanno a incontrare nella mente dei destinatari. Se non fosse così, tutte le campagne pubblicitarie massicce avrebbero per forza successo: il che invece non accade.

Ci sono, poi, coloro che per giustificare il rinnovato successo della Chiesa e della religione si sono appellati al cosiddetto crollo delle ideologie che si è verificato anni Ottanta in poi. Finito il comunismo, svanita l'utopia della rivoluzione o, comunque, della rifondazione totale della società, la gente si sarebbe rivolta all'ideologia rimasta disponibile: quella cattolica e cristiana. Anche questa interpretazione mette in luce alcuni tratti di sicuro pertinenti (se non altro perché ognuno di noi conosce persone che, partendo dal marxismo, negli ultimi anni si sono rivolte con interesse alla cultura religiosa); trovo però che il modello di spiegazione proposto sia un po’ troppo meccanico, anzi, per I'esattezza, un po’ troppo "idraulico". Le menti delle persone vengono, infatti, concepite come un insieme di vasi comunicanti i quali, in base all'omonima legge, non possono assolutamente restare vuoti. Defluita l'ideologia marxista, nelle sue varie forme, ecco che nel recipiente vuoto verrebbe subito attratto un altro liquido, l'ideologia cristiana e cattolica. Ma non credo che la diffusione delle credenze, dei modelli di comportamento o comunque dei modi di pensare, sia così semplice. Poi, chi ci garantisce che il bisogno di un'ideologia sia un principio così eterno, così ‘trans-storico' e 'trans-culturale', da poter spiegare anche il ritorno dell'interesse per la Chiesa e la cultura religiosa?

Proviamo dunque ad allontanare l'obiettivo dalla comunicazione e dall'ideologia, per rivolgerlo verso quel peculiare aspetto della cultura italiana che abbiano evocato all'inizio: l'interesse per la tradizione.

Difensori della tradizione

Di sicuro la presenza del passato è di per sé massicciamente visibile nel nostro paese. A questo bisogna aggiungere il fatto che, specie negli ultimi decenni, si è proceduto anche a una attiva riscoperta della tradizione come valore. Una riscoperta che non è stata propiziata soltanto dalla destra, o dai cosiddetti conservatori (i quali peraltro non 'riscoprono' la tradizione, caso mai la mantengono), ma anche dalla sinistra e dai gruppi progressisti. La nostra, infatti, è una cultura che nel suo complesso dedica gran parte delle proprie energie a conservare. Gli esempi da fare sarebbero molti, per cui mi limiterò solo a elencarne alcuni.

Quando ci impegniamo per combattere gli scempi edilizi o comunque paesaggistici a cui, purtroppo, l'Italia continua ad andare soggetta, l'obiettivo che ci poniamo è per l'appunto quello di conservare il paesaggio o i monumenti del passato nella forma in cui ci sono stati consegnati dalle generazioni precedenti. Anche del paesaggio, e dell'ambiente umano in genere, noi abbiamo elaborato un modello a carattere fortemente tradizionale, il che non significa che poi, nella pratica comune, le cose non possano andare nella direzione sciaguratamente opposta! Per lo stesso motivo, quando pensiamo a una città, anche inconsciamente siamo convinti che la parte 'autentica' di quella città debba essere identificata con il suo centro storico e non con quello che le è cresciuto intorno. Per cui ci battiamo per la tutela e la valorizzazione dei centri storici, attività in cui sono tra l'altro investiti grossi capitali.

Lo stesso atteggiamento tradizionale funziona anche nel campo della produzione artistica. Per quanto l'arte figurativa contemporanea sia vigorosa e sia anche capace di smuovere una notevole quantità di soldi (unica prova di vitalità legalmente riconosciuta nei tribunali della società di mercato), è chiaro che il suo dinamismo non è paragonabile a quello suscitato dai musei che conservano le opere d'arte del passato; questi sono in grado di suscitare flussi turistici di milioni e milioni di persone, con un giro di affari veramente da capogiro. Lo stesso discorso si può fare a proposito della musica. Prendiamo per esempio il melodramma dell'Ottocento. Questo genere musicale, oltre a essere in pratica sovvenzionato dallo Stato, beneficia di una trasmissione radiofonica quasi quotidiana sul terzo programma; va regolarmente in edicola (nella forma di riviste specializzate o di CD-Rom acclusi a quotidiani e settimanali); occupa in continuazione la sezione 'spettacoli' delle pagine culturali; suscita polemiche altrettanto infuocate di quelle che nascevano al momento in cui queste opere furono messe in scena per la prima volta. Ma quale epoca della nostra storia ha ascoltato così appassionatamente, ossessivamente, pervicacemente, la musica dei secoli precedenti? Nessuna. Anche nella musica, così come nell'arte figurativa, la tradizione e il passato hanno assunto per noi un valore quasi mitologico.

Gli esempi potrebbero continuare, dalla straordinaria voga del Medioevo che si è consumata negli ultimi decenni, alla passione suscitata dall'archeologia e dai suoi ritrovamenti, all'interesse per la cultura contadina, per il folclore e per le tradizioni popolari in genere, che è stato uno dei cavallo di battaglia della sinistra comunista negli anni Sessanta e Settanta. Nel nostro paese c'è stata e c'è una grande concentrazione di energie mentali verso il passato e verso la tradizione. Abbiamo un ministero che porta il nome di Ministero per i Beni e le attività culturali, il cui compito è proprio quello di conservare e valorizzare gli innumerevoli artefatti - dai monumenti alle opere d'arte, dai manoscritti ai libri e alle biblioteche in genere - di cui il nostro paese è così ricco. Andiamo molto fieri di questo ministero, e giustamente. E’ bene però sapere che il Ministero per i Beni e le attività culturali è, in Pratica, un ‘Ministero della Tradizione', né più né meno. Come altro si potrebbe definire, infatti, un ministero nato per tutelare il passato culturale di un paese?

Figure del ricordo

Torniamo con questo al tema della rinnovata capacità di attrazione della Chiesa e della cultura religiosa nella società contemporanea. Questo fenomeno può difficilmente prescindere dal rinnovato interesse per la tradizione che così fortemente caratterizza la cultura contemporanea; in primo luogo, per il banale motivo che il cattolicesimo, essendo un movimento fortemente marcato dalla tradizione - si fonda su testi scritti almeno due millenni fa, i quali sono considerati sacri e immodificabili - non può che trovarsi a suo agio in una congiuntura culturale che mostra grande interesse proprio per la tradizione. Penso, però, che il rapporto fra rinnovato interesse per la tradizione da un lato, rinnovata capacità di attrazione della Chiesa e della cultura religiosa dall'altro, sia in realtà più ramificato e, se posso dire così, più sottile. Per descrivere questo rapporto possiamo partire direttamente dagli oggetti e dagli artefatti che incarnano per noi la tradizione. Non si può pensare, infatti, che i monumenti, le opere d'arte, le creazioni culturali in genere esistano da sole, in una specie di vuoto pneumatico. I prodotti culturali esistono piuttosto nella forma di 'figure del ricordo', come direbbero Maurice Halbwachs e Jan Assman: esistono cioè come cornici che, al loro interno, suscitano automaticamente delle immagini e dei significati. Per citare un solo caso, non si può educare la gente al culto per le chiese medievali o per la pittura a soggetto religioso (gran parte dei capolavori del passato sono di soggetto religioso), senza pensare che questo trascini con sé anche i contenuti e le esperienze spirituali che a questi oggetti sono connessi. In generale, non si può pensare che una società così fortemente interessata alla tradizione non faccia rinascere in questo modo anche il tessuto culturale che sta attorno ai monumenti di questa tradizione, che, in Italia, è per l'appunto di carattere cristiano. Buona parte delle 'figure del ricordo' a cui giustamente attribuiamo tanta importanza - dai monumenti alle opere d'arte, dal paesaggio ai libri - in Italia sono strettamente connesse alla religione cattolica, che da queste figure del ricordo viene continuamente riproposta alla nostra attenzione. La Chiesa e la religione cattolica beneficiano - gratuitamente, se così posso dire - di tutte quelle figure del ricordo che, in varie forme, anche i laici si impegnano a tutelare e a valorizzare con ogni sforzo. A questo punto, che cosa dovrebbero fare i laici?

La domanda è piuttosto imbarazzante. I laici dovrebbero forse mettersi a combattere la tradizione, invece di valorizzarla, per paura che i cattolici se ne avvantaggino a loro danno? Magari smettendo di tutelare chiese e monumenti, oppure abolendo nelle scuole l'insegnamento di Dante, o quello di ogni storia che non sia moderna e contemporanea... Mi rendo conto di aver imboccato una strada molto difficile da percorrere, ancora più accidentata della cosiddetta 'via Francigena' di cui i nostri comuni e le nostre amministrazioni provinciali si sono occupati con tanto zelo negli ultimi anni (la via Francigena era peraltro una via di pellegrinaggi e, dunque, un'ulteriore 'figura del ricordo' tipicamente cristiana!). Proverò comunque a dare una risposta alla domanda che mi sono posto, se pure in modo molto semplificato.

Identità e tradizione

Credo che i laici potrebbero soprattutto impegnarsi a propagandare una distinzione, peraltro già accettata nei fatti da molti cattolici e, dunque, non poi così impossibile da proporre. Una distinzione piccola, ma pure fondamentale in un paese moderno come il nostro: quella fra tradizione da un lato, identità dall'altro. Proprio quel binomio di cui parlavamo all'inizio. Molto spesso infatti queste due nozioni vengono direttamente sovrapposte, come se rimandassero in pratica alla stessa cosa. Tradizione e identità tendiamo a confonderle persino nelle immagini che usiamo. Per indicare la tradizione culturale di un gruppo o di un paese, infatti, l'immagine più ricorrente che viene usata è quella delle 'radici'. Ma le immagini, si sa, come del resto ogni tipo di metafora, non sono oggetti neutri, anzi, spesso costituiscono abili trappole tese all'intelletto. Nella fattispecie, l'immagine delle radici evoca immediatamente la capacità di determinare in modo organico la natura di ciò che da queste presunte radici si svilupperebbe. Un albero è quel certo albero perché è cresciuto da quelle radici, di conseguenza, io sono io perché sono cresciuto dalle 'radici' della mia tradizione culturale. In un certo senso, è come se io non potessi essere altrimenti, la mia identità finisce ineluttabilmente per essere determinata dalle mie 'radici', cioè dalla tradizione cui appartengo. Non che questo non sia vero; solo che della tradizione - specie in una società come la nostra, in cui la facilità della comunicazione mette simultaneamente a nostra disposizione tante esperienze culturali differenti e tanti modi di vita alternativi - si può e si deve avere un'immagine più duttile. Un'immagine cioè non solo verticale (la tradizione che determina la mia identità), ma anche orizzontale. Chi ha detto infatti che la tradizione debba essere per forza una 'radice' e non invece un altro albero o un insieme di altri alberi, che crescono accanto al nostro? Scriveva Michel de Montaigne: "per il fatto di sentirmi impegnato in una certa forma, non vi obbligo gli altri come fanno tutti: e immagino e concepisco mille contrarie maniere di vita" (Montaigne 1970, p. 300). Ecco un bel modo di considerare la tradizione - la 'forma' che ci impegna - non come una radice verticale ma come una possibilità orizzontale accanto alla quale se ne possono collocare altre; mille altre, e oltre tutto in contrasto fra loro.

Se si concepisce la tradizione solo verticalmente, come una radice, si finisce per schiacciare la nostra identità sul passato (talvolta con esiti catastrofici, come nella ex Iugoslavia). Al contrario, un'immagine anche orizzontale e simultanea della tradizione può educarci all'idea che essa non costituisca solo un viluppo verticale di 'radici' ma anche un insieme relativo di modi di vita: quelli che ci vengono dal passato, che noi apprendiamo, come tutte le altre cose, a scuola e in famiglia, amiamo anche, e certo tuteliamo. Ma senza per questo sentirci obbligati ad attribuire loro anche la capacità 'essenzialista' di dirci che cosa siamo e come dobbiamo essere. La tradizione va messa 'accanto', orizzontalmente, alle altre possibilità di vita che ci vengono offerte: non solo 'alla base', verticalmente, della nostra identità.

Memoria, tradizione e ricostruzione

Questa immagine orizzontale della tradizione implica il fatto che essa non sia qualcosa che si respira nell'aria, che si riceve misteriosamente per 'li rami' del sangue ovvero che si assorbe con i cibi che mangiamo e con l'aria che respiriamo. In questo modo ragionava Umbricio, quel personaggio della terza satira di Giovenale il quale si sentiva 'vero' romano solo perché da bambino aveva respirato l'aria aperta dell'Esquilino e si era nutrito con le olive della Sabina. Cosa che, sia detto per inciso, lo autorizzava anche a disprezzare siriaci ed egizi, cari ed ebrei che bivaccavano nel bosco sacro un dì alle Camene... La tradizione è, prima di tutto, qualcosa che si apprende. Ma come, si potrebbe obiettare, la tradizione non è qualcosa che la memoria conserva? Che cosa c'entra l'apprendimento? Forse è giunto il momento di parlare brevemente, sempre nella nostra prospettiva, anche della memoria. Per mostrare, se possibile, che fra memoria della tradizione e apprendimento della medesima c'è in realtà una differenza molto più sottile e sfumata di quanto si possa pensare. Quando si parla della memoria, infatti, spesso lo si fa come se si trattasse di una nozione univoca. In realtà, da almeno cinquant'anni Halbwachs ci ha spiegato che, oltre a quella individuale, di memorie ce ne sono altri due tipi. Da un lato esiste quella che egli definiva 'memoria collettiva': la memoria interna, che riguarda i ricordi che caratterizzano un certo 'gruppo'. Dall'altro esiste invece la 'memoria storica': la memoria esterna, che raccoglie le molte memorie in circolazione per comporle in un unico disegno. Con un'immagine piuttosto poetica, Halbwachs definiva la memoria storica come un "oceano a cui affluiscono tutte le storie parziali" (Halbwachs 1987, p. 93). Questi due tipi di memoria, la memoria collettiva e la memoria storica, si fondano su modelli di riferimento molto diversi fra loro. La memoria di un gruppo, la memoria collettiva, è infatti fortemente legata sia alla presenza fisica dei membri di quel gruppo, sia alle cornici sociali a cui essa si aggancia. Mentre la memoria storica è indipendente da gruppi e cornici e tende, anzi, a sorgere proprio al momento in cui la tradizione vivente della memoria dei gruppi è ormai tramontata.Nella prospettiva che abbiamo scelto - il rapporto fra tradizione e memoria - risulta per noi particolarmente interessante la dimensione della memoria collettiva o di gruppo. La memoria collettiva, infatti, per funzionare ha bisogno di una serie di cornici di riferimento - comici a carattere sociale - che ne condizionano fortemente i contenuti. Al mutare di questi quadri sociali, mutano anche le memorie che del passato si hanno. Passo dopo passo, il gruppo sociale ricostruisce dunque anche il proprio passato, la propria tradizione, adattandolo ai quadri sociali del presente che avanza, così come esso progetta anche il proprio futuro (Halbwachs 1997). L’esempio a cui Halbwachs si dedicò con particolare attenzione, sviluppandolo in una celebre monografia, era costituito dalla cosiddetta topografia dei luoghi santi allorché i vari miracoli attribuita a Gesù furono collocati in una topografia e in una biografia organizzate per rispondere alle esigenze della comunità che si era venuta creando (Halbwachs 197 1). Questo procedere ricostruttivo della memoria collettiva non ha naturalmente nulla a che fare con il giudizio che occorre dare sulle memorie che in questo modo si configurano, il quale può essere positivo o negativo, e rispecchiare diversi criteri di valutazione (vero/falso, attuale/inattuale, tendenzioso/onesto, politico/scientifico ecc.). L’importanza della teoria di Halbwachs sta piuttosto nell'aver sottolineato con forza questo carattere intrinseco al funzionamento della memoria collettiva, in una dimensione che può essere definita 'sociocostruttivista' (Assmann 1997, p. 22). Esempi di tradizioni - anche molto enfatizzate come tali - che sono in realtà il risultato di memoria 'ricostruttiva', se ne potrebbero citare molti. Per esempio il Palio di Siena, un evento sociale che dallo spettatore è in genere percepito come manifestazione di una tradizione immobile da secoli. Invece è il risultato di una 'ricostruzione' della memoria collettiva in cui le forme precedenti di questa gara, che nel tempo sono state numerose e anche molto diverse fra loro, appaiono cancellate a vantaggio di quelle assunte in epoca recente, che sono invece percepite come assolutamente 'tradizionali' (Heywood 1981). Ma da questo punto di vista l'esempio citato sopra - quello dello studio di Halbwachs sulla topografia leggendaria dei Vangeli in Terra Santa - si presterebbe a considerazioni molto più interessanti, se non fosse per il carattere tragico delle vicende a cui occorre inevitabilmente fare riferimento. Si può dire, infatti, che i conflitti da cui Gerusalemme è stata insanguinata negli ultimi tempi e dai quali è stata peraltro lacerata nel corso dei secoli, siano la conseguenza dei diversi modelli di topografia leggendaria elaborati dalla memoria collettiva dei vari gruppi religiosi distribuiti sul suo territorio. Ebrei, musulmani, cristiani delle varie chiese, hanno nel tempo 'ricostruito' la topografia di Gerusalemme a seconda delle singole tradizioni, opponendo il Tempio di Salomone al Santo Sepolcro, il Muro del Pianto alle moschee, la città di David a quella dei crociati, e così di seguito. Negli ultimi anni, a questa ricostruzione hanno attivamente contribuito anche le ricerche storiche e archeologiche. Cosa che costituisce un chiaro esempio di come, in una società fornita di archivi e di storici professionisti, le singole 'memorie collettive' possano ricostruire il loro passato utilizzando anche 'figure del ricordo' - monumenti, rovine, testi, documenti, iconografie ecc. - desunte dall'archivio della 'memoria storica' generale. In ogni caso, la memoria/ricostruzione topografica di Gerusalemme, diversamente realizzata secondo le angolature dei vari gruppi, fa sì che questi stessi gruppi si trovino a fronteggiarsi sullo stesso territorio e, in alcuni casi, si siano uccisi e si uccidano per difendere le differenti topografie leggendarie di un medesimo luogo.

Tradizione e identità

La teoria della memoria collettiva - la tradizione ricostruttiva dei 'gruppi' - elaborata da Halbwachs si presta molto bene a configurare quel modello orizzontale della tradizione di cui parlavamo sopra. Nel senso che essa permette di sostituire l'immagine di una tradizione assoluta - la tradizione come 'radice' - con l'immagine di una tradizione relativa, 'ricostruita' sulla base delle figure del ricordo che di volta in volta vengono riattivate. Dall'idea che una memoria/tradizione assoluta che ci giunge per via 'organica' dalle nostre presunte radici, si passa a quella di una memoria/tradizione che procede attraverso la selezione e l'apprendimento delle singole figure del ricordo. A questo punto, diventa molto più facile distinguere fra tradizione e identità; nel senso almeno che l'identità ci appare non più un'essenza assoluta, determinata automaticamente dalle 'radici' della nostra tradizione, ma il risultato di una ricostruzione continua della nostra memoria e della nostra tradizione. Torniamo così, conclusivamente, al problema del rapporto fra laici e cattolici oggi. In realtà, credo che molti cattolici abbiano già operato da tempo questa distinzione fra tradizione e identità, propugnando nei fatti una visione anche orizzontale della tradizione. Un laico può vederlo facilmente mettendo a confronto un esempio negativo con uno positivo. Quando il cardinale Biffi, Gianni Baget Bozzo o Ida Magli ci ammoniscono sui pericoli dell'Islam, invitandoci perfino a fermare l'immigrazione dai paesi islamici a vantaggio di quella proveniente da paesi in qualche modo cristiani, lo fanno appellandosi al fatto che la nostra tradizione è cristiana; a loro giudizio, dunque, accettare comunità islamiche nel nostro paese significherebbe automaticamente mettere a repentaglio la nostra identità di italiani. Ecco insomma che queste persone identificano tradizione e identità, verticalmente, delegando al passato il potere di dirci 'chi siamo' nel presente. E’ proprio questo, in definitiva, che un laico non può accettare; il fatto che nel passato si sia stati in un certo modo o si sia pensato in un certo modo, non significa che ci si debba comportare allo stesso modo anche nel presente. E’ quello che insegnava Montaigne. Al contrario, tutte quelle comunità religiose che accolgono immigranti islamici e dedicano tante energie alla loro integrazione, dimostrano nei fatti di praticare un modello orizzontale della tradizione. E’ evidente che per tutti questi cattolici non è la tradizione che garantisce automaticamente l'identità presente, ma qualcos'altro. Il fatto di appartenere a una certa tradizione - suppongo che un sacerdote o un cattolico convinto sentano di appartenere a una certa tradizione - non impedisce a queste persone di sentire la tradizione come uno dei modi possibili dell'identità e non l'unico. Forse proprio da qui parte la strada che conduce verso la pacifica convivenza fra i popoli, fra i gruppi e fra le culture.

 

Bibliografia

Assmann, Jan, La memoria culturale. Scrittura, ricordo e identità politica nelle grandi civiltà antiche, Torino, Einaudi 1997 (ed. orig. 1992)

Halbwachs, Maurice, La topographie légendaire des évangiles en Terre Sante. E’tude de memoire collective, Paris, Presse Universitaires de France 1971 (1° ediz. 1941)

Halbwachs, Maurice, La memoria collettiva, a cura di Paolo Jedlowsky, postfazione di Luisa Passerini, Milano, UNICOPLI 1987 (ed. orig. 1950)

Halbwachs, Maurice , I quadri sociali della memoria, Napoli, Ipermedium 1997 (ed. orig. 1925)

Heywood, William, Palio e ponte: gli sports dell’Italia centrale dai tempi di Dante al ventesimo secolo, Palermo, Edikronos 1981

Lakoff, George, Johnson, Mark, Metafora e vita quotidiana, Milano, Bompiani 1998 (ed. orig. 1980)

Montaigne, Michel de, Saggi, Milano, Mondadori 1970 (ed. orig. 1580)

 

Notizie sull’autore

Maurizio Bettini è docente di filologia classica presso la Facoltà di lettere e Filosofia dell’Università di Siena. Collaboratore del quotidiano "La Repubblica", ha pubblicato di recente: Nascere. Storie di donne, donnole, madri ed eroi (Einaudi 1998), Con i libri (Einaudi 1998), Le orecchie di Hermes: studi di antropolgia e letterature classiche (Einaudi 2000).

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