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La diffusione dell'italiano nel mondo e le vie dell'emigrazione: una prospettiva alla fine degli anni '90
a cura
Tullio De Mauro e Massimo Vedovelli, Studi Emigrazione/Migration Studies, XXXV, 132, 1998, pp. 582- 605.

Raramente ci si imbatte in un saggio che coniughi in maniera tanto equilibrata la concisione e la completezza su un argomento così vasto come quello qui trattato da De Mauro e Vedovelli.
Nella premessa si informano i lettori che l'articolo costituisce di fatto un aggiornamento di Graziano Tassello e Massimo Vedovelli (a cura di), "Scuola, lingua e cultura nell'emigrazione italiana all'estero. Bibliografia generale (1970-1995)" e Tullio De Mauro e Massimo Vedovelli, "La diffusione dell'italiano nel mondo e le vie dell'emigrazione. Retrospettiva storico-istituzionale e attualità", CSER, 1996, che rimandano, inevitabilmente, alla memoria dell'opera encomiabile di P. Gianfausto Rosoli.

Innanzitutto si analizzano i fattori fondamentali che hanno pesato nella diffusione dell'italiano:

1) l'interesse europeo dei ceti più colti per l'italiano.

2) la prossimità tra il latino e il toscano, che diviene italiano nel Cinquecento, fino a trasformarsi in lingua internazionale:

a) per il maggiore sviluppo letterario e artistico dell'Italia rispetto agli altri paesi europei;
b) per "la rete finanziaria e bancaria inizialmente più sviluppata";
c) per "il prestigio e l'influenza italiana nelle arti figurative, nel nascente melodramma e nella musica in genere";
d) come seconda lingua ufficiale della chiesa, accanto al latino.

A questi fattori, se ne aggiungono altri più recenti, anche a seguito dell'emigrazione italiana di massa:

1) un ritorno alla lingua nazionale da parte di molti discendenti dei nostri emigrati, che la studiano quasi come una lingua straniera;
2) la fortuna del made in Italy che tutti conoscono anche da TV e giornali. Queste due serie di componenti, una tradizionale e l'altra moderna, s'intrecciano per favorire in maniera accelerata la richiesta d'italiano nel mondo.

Ma quali sono le strutture impegnate nella diffusione dell'italiano all'estero, o per stranieri?

Prima di tutto ci sono i Ministeri degli Affari Esteri (MAE) e della Pubblica Istruzione (MPI).
Il primo s'impegna tramite la rete degli Istituti Italiani di Cultura e vede coinvolte la Direzione generale per le Relazioni culturali, la Direzione dell'Emigrazione e degli Affari sociali, la Direzione per la Cooperazione allo sviluppo, mentre il secondo agisce tramite la Direzione Generale degli Scambi Culturali.
Il problema maggiore rilevato è costituito dalla disparità tra le scuole che insegnano italiano all'estero, similmente a quanto succede in Italia: alcune con programmi innovativi, altre con programmi decisamente arretrati. Un altro, ma altrettanto importante, è dovuto alle varie situazioni in cui gli italiani si trovano all'estero. Essi sono di fatto dipendenti sia da tensioni con la lingua e la cultura del luogo, sia da quelle con le generazioni emigrate che spesso conoscevano solo un dialetto: "In altri termini, spesso la dialettica è fra una condizione sociale abbastanza avanzata e una linguistica che porta ancora i tratti della marginalità". Le scuole italiane, poi, non debbono solo soddisfare le richieste delle ultime generazioni d'emigrati, ma anche quelle dei figli di lavoratori italiani temporanei, appartenenti a ceti medio-alti, e a stranieri interessati ad avvicinarsi più adeguatamente alla cultura italiana. Questo significa entrare in competizione con altre scuole di lingue straniere, perché "l'idea del plurilinguismo e del policentrismo culturale, l'innovatività e la solidità d'impianto caratterizzano in modo legislativamente definito solo i programmi della scuola dell'obbligo". Spesso le risorse finanziarie necessarie sia per raggiungere questi obiettivi sia per corrispondere giusti salari ai docenti sono insufficienti, creando molteplici motivi d'insoddisfazione. Occorre anche ricordare che, per risparmiare, molti docenti sono recrutati in loco, spesso a discapito di quella fluidità espressiva moderna che solo i madrelingua possiedono.
L'articolo procede offrendo dettagliate informazioni sull'attività didattica e di ricerca delle Università per Stranieri di Siena e Perugia che, negli ultimi anni hanno aperto corsi di diploma universitario, corsi di laurea e scuole di specializzazione che formano figure professionali esperte di italiano L2.
Tra le agenzie non statali che affiancano gli Istituti di Cultura e le scuole italiane all'estero, particolarmente attiva è la Società "Dante Alighieri", impegnata anche verso l'emigrazione italiana all'estero, che riceve anche contributi statali. L'Istituto per l'Enciclopedia Italiana, poi, contribuisce alla diffusione dell'italiano con materiali didattici propri, ed esistono molte scuole private che, più libere dalle normative burocratiche che vincolano quelle pubbliche e muovendosi in un'ottica commerciale, hanno occupato gli ampi spazi lasciati liberi da queste nell'insegnamento dell'italiano. Naturalmente il problema che accomuna tutte le scuole è la mancanza di personale insegnante con una preparazione adeguata in un campo come quello dell'italiano L2. Importante, infine, è anche l'intervento delle Fondazioni legate a grandi industrie, come la Fondazione Agnelli, le Camere di Commercio all'estero e le cattedre di lingua e letteratura italiana delle università estere.
Dopo avere analizzato in dettaglio "le attuali linee di azione istituzionale per la promozione della lingua e della cultura italiana", rilevando come la legge n. 401/1990 che ha riformato la struttura degli Istituti Italiani di Cultura all'estero abbia determinato una concreta ripresa di promozione culturale, i due autori passano alle prospettive future e ai problemi relativi. A questo punto, con martellante ostinazione, si ritorna ad insistere sulla necessità di una competenza linguistica basata su "un modello glottodidattico che abbia come proprio elemento pertinente l'idea di variazione nello spazio linguistico intesa come norma tendenziale" per una necessaria preparazione scientifica dell'italiano sia come L1 sia come L2. Si evidenzia poi il continuum fra lingua e dialetti fino a lucidamente affermare che "il policentrismo, il multiculturalismo, il plurilinguismo rappresentano la trama profonda dell'identità italiana: Italia delle Italie, convivenza delle diversità che provoca ricchezza di identità e opportunità da cui scaturisce l'immagine di creatività e di innovatività imprevedibile." L'interesse per l'italiano è sicuramente ravvivato anche dalle generazioni discendenti dai nostri emigrati, alla ricerca delle radici e alla riscoperta di una identità culturale e, fortunatamente, progetti europei come Erasmus/Socrates stanno costringendo le istituzioni italiane ad offrire una formazione linguistica più appropriata.
Chiude l'articolo una circostanziata analisi dell'importanza delle certificazioni dell'italiano come lingua straniera.

In questa vigile e qualificata analisi della diffusione dell'italiano nel mondo e delle sue prospettive per il futuro credo sia stato dimenticato ben poco, se non:

1) oltre al progetto Erasmus/Socrates, l'altro progetto europeo Leonardo, che collega il mondo universitario a quello del lavoro;
2) sempre relativo al mondo del lavoro, l'insegnamento dell'italiano all'interno di corsi di perfezionamento per discendenti di italiani all'estero organizzati dalle regioni (si veda ad es. http://www.regione.emilia-romagna.it/consulta/bando.htm);
3) accanto al made in Italy e alla cucina mediterranea, l'importanza dello sport, particolarmente calcio e Formula 1, per una non indifferente campagna promozionale della lingua e della cultura italiana vincente;
4) progetti scientifici che saranno un supporto fondamentale per l'insegnamento dell'italiano come L2, come il CORIS/CODIS, ossia la progettazione/costruzione di un CORpus di Italiano Scritto, presso il CILTA (Centro Interfacoltà di Linguistica Teorica e applicata) dell'Università di Bologna, presentato il 13 giugno 2001, alla presenza dello stesso De Mauro.

Raffaele Cocchi

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