Area mineraria di Potosi (Bolivia)

Il destino di Potosì, piccola frazione posta a 400 metri d'altezza sulle Ande, muta radicalmente a partire dal 1540, con lo sfruttamento intensivo della sua miniera d'argento, la più ricca del nuovo mondo. Nel XVII secolo Potosì ha 160.000 coloni e 13.500 indiani, sottoposti al lavoro obbligatorio della "mita" (corvée). Di questa attività, che proseguì fino al XVIII secolo e che rallentò solo dopo l'indipendenza della Bolivia nel 1825, la città e la regione conservano tracce spettacolari: dighe per l'alimentazione dei molini di frantumazione del minerale e l'insieme della miniera reale, la più grande e meglio conservata delle circa 6000 opere di sfruttamento che crivellano la terrra dell'altopiano e delle valli. La città coloniale conserva monumenti di quello stile barocco frammisto di influenze indiane che si diffonderà nella regione centrale delle Ande: una ventina di chiese e lussuose dimore patrizie, che contrastano con le povere "rancherìas" del quartiere indigeno, e la zecca reale, che punzonava le migliaia di tonnellate d'argento estratte dalle miniere di Potosì, produzione che fece della città, nel XVII e XVIII secolo, uno dei punti di forza dell'economia europea. Nell'ultimo decennio il PNUD (Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo) ha aiutato, con l'UNESCO, le autorità boliviane a proteggere Potosì. E' stata fatta la schedatura dei monumenti ed è stato avviato uno studio storico. Durante i prossimi anni un progetto UNESCO/PNUD permetterà di proseguire queste attività. Potosì figura nella lista del patrimonio mondiale dal 1987.

Casa de la moneda

 

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