La nozione di patrimonio

La nozione di patrimonio mondiale è abbastanza recente e putroppo non ancora del tutto ovunque condivisa. I nostri antenati sapevano forse che i giardini di Lahore (Pakistan), le moschee del Cairo (Egitto), la cattedrale di Amiens (Francia), gli ipogei megalitici di Malta erano monumenti suntuosi, rari o strani. Talvolta rimanevano affascinati dalla bellezza di un monte, di un ampio fiume, o di una giungla popolata di bestie selvagge e potevano giungere a sostenere che questi monumenti costituiscono l'orgoglio di un popolo e testimoniano la nobiltà della sua storia, oppure che determinate morfologie geografiche possono divenire simbolo di una nazione, delle sue avventure, delle sue scoperte. Ma non avrebbero mai concepito neppur vagamente l'idea che tutto ciò avesse "valore universale".

Fino a qualche decennio fa nessuna civiltà ha riconosciuto questo valore a porzioni di territorio nazionali, né a opere tangibili di qualsiasi origine o forma esse fossero. Oggi invece sembra un fatto scontato che i monumenti e i luoghi più ammirati in una regione debbano esserlo in tutto il mondo e che tutti i popoli possiedano un patrimonio comune. Chiunque può comprendere questa concezione se si tratta di beni naturali. Le riserve biologiche interessano a tutta la specie umana. I grandi ecosistemi non si piegano alle frontiere e la proprietà "nazionale" dei fenomeni naturali è un concetto ai limiti del ridicolo. E' evidente che le bellezze della natura devono appartenere a tutti e devono essere rispettate da tutti gli uomini, proprio perché nessun uomo le ha create. L'universalità di ciò che ha fatto l'uomo invece non è altrettanto scontata. Non si tratta forse di costruzioni radicate in un territorio specifico, inseparabili da un paesaggio o da un'epoca, eseguite dagli uomini abitanti in quella regione, che agivano secondo intenzioni e norme derivanti dalla loro tradizione? In altri termini, non sono forse oggetti materiali che hanno senso solo in funzione della mentalità che ne ha ispirato la costruzione? Invece un numero sempre maggiore di nostri contemporanei si rende conto che questi beni - ovunque si trovino - sono altrettanto preziosi per loro quanto per i loro effettivi proprietari. L'eguaglianza riconosciuta a tutti i popoli e a tutte le culture abbatte ogni forma di etnocentrismo e si oppone alla contemplazione campanilistica dei "nostri" monumenti, intesi come espressione inimitabile dei "nostri" valori. Sicuramente questo mutamento di atteggiamento può spiegarsi in funzione dell'evoluzione culturale: il nazionalismo è passato di moda. Inoltre si osserva che nessuna civiltà può ormai permettersi di perdere le testimonianze del passato universale, della storia comune dell'umanità, dal momento che il passato di tutti è anche il proprio. Ciò che generazioni di uomini avevano avuto davanti agli occhi e non avevano mai considerato straordinario ha acquistato all'improvviso un enorme valore: edifici, quartieri, città intere hanno manifestato il loro splendore e il loro ruolo incomparabile nella storia, un ruolo insostituibile e che viene costantemente minacciato dal degrado. I beni culturali e naturali sono fragili e tanto più corrono rischi quanto più sono antichi, squisitamente lavorati, rari o ambìti. Oltre alle catastrofi naturali, al passaggio del tempo, essi sono esposti all'inquinamento fisico e chimico, così diffuso nella nostra epoca, alle empietà dell'urbanizzazione, alle speculazioni immobiliari e turistiche, al vandalismo o a tutti questi danni al contempo. Spesso esigono dunque delle cure che nessuno ha mai recato loro: per questo sono in grave pericolo e rischiano di scomparire nell'arco di pochi anni. Perfino i parchi naturali più isolati soccomberebbero ai tanti oltraggi della civiltà contemporanea: per distruggerli basterebbe dar ascolto ai sostenitori del boom economico, per i quali la realizzazione di grandi opere o l'incremento del turismo hanno la meglio su qualsiasi altra considerazione. Una riserva di flora e di fauna lasciata senza protezione (protezione giuridica, scientifica, amministrativa e anche materiale per mezzo di addetti alla vigilanza) è destinata a scomparire nel giro di pochi anni. Un monumento storico, un museo all'aperto, un sito archeologico sono condannati a breve vita se li si abbandona alla loro sorte, in mancanza di regolamentazioni, di mezzi economici, di personale specializzato impiegato nella loro conservazione, di guardiani. La conservazione impone sia ai tecnici, sia alle autorità locali, ai governi e alla comunità internazionale un servizio costante di vigilanza.

L'universalità di ciò che ha fatto l'uomo invece non è altrettanto scontata. Non si tratta forse di costruzioni radicate in un territorio specifico, inseparabili da un paesaggio o da un'epoca, eseguite dagli uomini abitanti in quella regione, che agivano secondo intenzioni e norme derivanti dalla loro tradizione? In altri termini, non sono forse oggetti materiali che hanno senso solo in funzione della mentalità che ne ha ispirato la costruzione? Invece un numero sempre maggiore di nostri contemporanei si rende conto che questi beni - ovunque si trovino - sono altrettanto preziosi per loro quanto per i loro effettivi proprietari.

L'eguaglianza riconosciuta a tutti i popoli e a tutte le culture abbatte ogni forma di etnocentrismo e si oppone alla contemplazione campanilistica dei "nostri" monumenti, intesi come espressione inimitabile dei "nostri" valori. Sicuramente questo mutamento di atteggiamento può spiegarsi in funzione dell'evoluzione culturale: il nazionalismo è passato di moda. Inoltre si osserva che nessuna civiltà può ormai permettersi di perdere le testimonianze del passato universale, della storia comune dell'umanità, dal momento che il passato di tutti è anche il proprio.

Ciò che generazioni di uomini avevano avuto davanti agli occhi e non avevano mai considerato straordinario ha acquistato all'improvviso un enorme valore: edifici, quartieri, città intere hanno manifestato il loro splendore e il loro ruolo incomparabile nella storia, un ruolo insostituibile e che viene costantemente minacciato dal degrado.

Spesso esigono dunque delle cure che nessuno ha mai recato loro: per questo sono in grave pericolo e rischiano di scomparire nell'arco di pochi anni. Perfino i parchi naturali più isolati soccomberebbero ai tanti oltraggi della civiltà contemporanea: per distruggerli basterebbe dar ascolto ai sostenitori del boom economico, per i quali la realizzazione di grandi opere o l'incremento del turismo hanno la meglio su qualsiasi altra considerazione. Una riserva di flora e di fauna lasciata senza protezione (protezione giuridica, scientifica, amministrativa e anche materiale per mezzo di addetti alla vigilanza) è destinata a scomparire nel giro di pochi anni. Un monumento storico, un museo all'aperto, un sito archeologico sono condannati a breve vita se li si abbandona alla loro sorte, in mancanza di regolamentazioni, di mezzi economici, di personale specializzato impiegato nella loro conservazione, di guardiani. La conservazione impone sia ai tecnici, sia alle autorità locali, ai governi e alla comunità internazionale un servizio costante di vigilanza.

torna indietro