Educare ai beni culturali
di Franco Cambi

Sintesi dell'intervento per il Seminario di studio : Scuola e Beni culturali
Firenze 19, 20 dicembre 2002


1. I beni culturali come risorsa educativa

I beni culturali sono il "deposito" di una cultura: le tracce che essa ha lasciato, i nuclei che manifestano la sua evoluzione, i nodi che ne contrassegnano l’identità. E sono beni eminentemente al plurale, che vanno dai musei alle biblioteche, ai parchi archeologici al tessuto urbano, a quello agricolo o industriale (anche) e investono manufatti e strutture di vario genere. In senso più circoscritto beni culturali sono i manufatti artistici, connessi alle varie arti e che si trovano collocati nei molti luoghi, specifici o aspecifici, ma che contraddistinguono l’habitat delle civiltà complesse e mature. In ogni parte del mondo, ma in particolare in Europa e soprattutto in Italia, che possiede una quota altissima del patrimonio artistico mondiale. Stabilire un contatto con questi beni, interiorizzare la loro presenza e il loro valore, affermarli come riserva formativa, personale e sociale, sono compiti centrali per dar vita a una cittadinanza "moderna" dentro le società complesse del presente, in cui l’esperienza artistica fa parte dell’esperienza di tutti seppure deformata dai media e sottoposta a obsolescenza da parte della mezza-cultura tipica dell’industria culturale. Ciò è tanto più centrale in Italia dove i beni culturali sono diffusi, fanno parte del "paesaggio" in cui viviamo, offrono occasioni di stimolo e confronto ad altissimi livelli con la tradizione culturale. Per conoscerla nei suoi connotati , per possederla nel suo iter-storico

Così l’educazione ai temi culturali va tenuta presente per:

  1. formare a una piena cittadinanza, a una cittadinanza non solo dentro uno stato ma anche dentro una cultura/civiltà;
  2. formare a una storia della cultura di appartenenza, cogliendone proprio gli aspetti produttivamente più alti;
  3. formare una sensibilità specifica- di rispetto e di fruizione- rispetto a quegli "oggetti" che rappresentano un po’ l’acmé di una cultura/civiltà.

E tale educazione occupa (oggi più di ieri) uno spazio centrale, sia nella costruzione critica, e consapevole di un’appartenenza sia nel confronto con altre culture e civiltà di ieri e di oggi. L’educazione ai beni culturali svolge, infatti, il ruolo di educazione sociale (in senso ampio: alla conoscenza e partecipazione a una "forma di vita" e ai suoi valori) come pure di educazione morale ( di risveglio e costruzione di una sensibilità ad hoc, che nutre sì il soggetto in quanto tale ma anche lo pone in una condizione di interprete e di custode di una identità/tradizione, pur senza offuscare le tensioni vitali verso un rinnovamento, verso una rielaborazione, anche verso un superamento che possono attraversarla. Da ciò risulta che educare ai beni culturali è un compito difficile: sfumato e complesso, attivo su molti registri della formazione.Pertanto da incontrare, da approfondire, da tutelare a partire dal punto di vista teorico, cogliendo tutto lo spessore complesso e l’articolazione variegata di quella educazione. Tra l’altro urgente. Sì, poiché il tempo in cui viviamo è sempre più sbilanciato verso il presente e il futuro, meno attento al passato, poco incline a valorizzare il rispetto della forma di vita ereditata e a incrementare una forma mentis estetico-fruitiva, spesso confusa col consumare e con l’approccio edonistico agli eventi anche culturali, mentre è tutt’altra cosa. Da qui l’urgenza di questa educazione, la pregnanza rispetto allo stile di vita attuale ( e in contro tendenza ad esso) l’impegno che deve contrassegnarla ( e impegno teorico e pratico, e teorico per essere un impegno pratico, efficace ed adeguato). Proprio da questo impegno vengono a fissarsi i nodi dell’educazione ai beni culturali: 1) il definire il suo oscillare tra esperienza estetico-artistica e coscienza sociale ; 2) il formare una sensibilità specifica di rispetto e di fruizione; 3) il dare corpo a una didattica dei temi culturali nuova, che ponga al centro il territorio, la grammatica dei linguaggi artistici , il ruolo del museo, l’approccio storico e partecipativo ( = psicologicamente attivo) insieme.

2. Tra esperienza estetico- artistica e coscienza sociale

L’approccio ai beni culturali (qualunque sia il tipo del bene: dal libro a uno scavo, da una tela a uno strumento di lavoro o d’arte) deve calibrarsi ( e questo è un punto di estrema difficoltà) tra dimensione estetica e coscienza storico-sociale. Il bene culturale vale per il soggetto e per la comunità. Tanto più alto è il bene ( qualitativamente parlando) e tanto più vale per entrambi. Un’educazione ai beni culturali deve tenere ben presente questa dialettica oscillatoria: deve preservarla e interpretarla. Nel contatto col bene culturale si tratta, infatti, sempre di coglierlo come tale, di accoglierlo nellla propria coscienza, di metterlo in un circuito di segni verso i quali ci si accosta secondo l’ottica del contemplare. E contemplare significa "avvicinarsi con distacco" ( e si passi l’ossimoro) , stare di fronte lasciandosi penetrae e assimilare ( nella duplice dimensione dall’io all’oggetto e viceversa), gustare e interpretare, ritornare con gioia a ri-leggere, ri-vedere, ri-ascoltare etc. E la contemplazione e una esperienza inquieta e difficle, da capire e da esercitare. Va coltivata e solo nella coltivazione cresce e si dilata e si conferma. La contemplazione è la fruizione, o almeno ne è la base. Poi intervengono anche la riflessione e la trascrizione (verbale, ad esempio, dell’emozione provata), il ri-uso (dell’oggetto: con la fotografia da esempio).

Ma accanto a questa frontiera privata, intima, personale (e innestata su di essa e/o disposta a suo fianco), c’è quella sociale e storica. I temi culturali stanno nel nostro passato, costituiscono un aspetto del territorio, ci accompagnano in esso come indicatori di qualità dell’esperienza. Si pensi ai borghi e alle cittadine d’Italia: alla loro qualità estetica, alla loro armonia, alla loro varietà e a come costituiscono un modo di stare sul territorio, di organizzarlo a fini sì socio-politici e prodittivi ma anche estetici. Si tratta , allora, di interpretare l’habitat, di valorizzarlo, di riconoscerlo prima ancora, e di tutelarlo.

L’educazione ai beni culturali deve (sì deve) saper oscillare tra queste due frontiere, dando vita non tanto a insegnamenti specifici, quanto a un lavoro interdisciplinare nuovo , che tratti i testi, i quadri, gli edifici, i testi musicali, i manufatti vari come occasioni di fruizione e come testimoni di una forma di vita, in cui l’estetico (il "bello") occupa e deve occupare uno spazio centrale, perché è un fattore di civiltà e perché ci aiuta a valorizzare la qualità dell’esperienza , partendo da quella eccezionale dell’arte , ma lanciando segni anche alla nostra esperienza quotidiana: segni di fruizione, di armonia, di gioco e di gioia, che possono essere in essa realizzati ( nella festa o nel gioco ad esempio), ma di cui bisogna essere consapevoli per riprodurli e apprezzarli. Di qui l’impegno della scuola, oggi ormai consapevole di dover procedere oltre le paratie disciplinari e di doversi inoltrare in un lavoro integrato tra le discipline, proprio per produrre più formazione lì dove c’è stato, fin qui , soltanto istruzione.

3. Formare una "sensibilità"

Da questo lavoro interdisciplinare orientato in senso estetico e storico ad un tempo deve uscire una forma mentis, accompagnata da e/o incardinata su una sensibilità. Una forma mentis che nell’arte riconosca-e in ogni sua forma-tanto un momento della vita spirituale quanto un alto prodotto della storia, e sia capace di nutrirsi di questa sensibilità e nella costruzione di sé e nella vita sociale, ponendola come uno dei propri fini individuali e colletivi. Solo la scuola- è ovvio- può costruire questa sensibilità come " cura di sé" e come rispetto (e cura) di queste forme dello "spirito oggettivo". E una scuola che non si fermi al formalismo dei linguaggi (delle varie arti) risolvendoli in tecniche , bensì li collochi dentro il circuito della vita individuale e collettiva. Solo la scuola può coltivare questo "apprendimento", sofisticato e sottile. E una scuola che assegni alle forme dell’arte uno spazio didattico non marginale. Tutto ciò deve essere un impegno, in particolare, della scuola italiana collocata in un paese - e interprete della sua tradizione - che a tutte le forme dell’arte e della cultura ha dato, forse, più di ogni altro. Da qui anche l’impegno e della pedagogia e della didattica. Della pedagogia per delineare un modello di formazione che, nell’epoca della tecnica e dell’arte come consumo, coltivi proprio uno spazio per l’arte e la cultura disinteressato e qualitativamente alto, e tenga vivo questo modello nella progettazione sia della riforma in atto della scuola sia nelle prassi scolastiche degli istituti, nel regime attuale di autonomia. Della didattica , alla ricerca dei modi più efficaci da applicare a tali insegnamenti, in modo da renderli nei loro contenuti un vero patrimonio di tutti. Ora per concludere, sviluppiamo un po’ quest’ultimo aspetto

4. Per l’innovazione didattica

La didattica dei beni culturali deve essere connessa, soprattuto qui da noi, in Italia, per le ragioni suddette, allo studio del territorio, deve studiarlo anche come rete di beni culturali e artistici, indagarlo anche sotto questa angolazione storica, conoscendone le risorse, i modi di catalogarle e conservarle, i bacini che esse vengono a costituire ( dal museo al paesaggio). Ma è solo un primo aspetto. Poi, certamente, vanno affrontate le grammatiche specifiche dei linguaggi tipici di tali beni, i tipi di testo a cui danno corpo , le capacità di lettura che essi implicano. Ed è questo il lavoro anche più strettamente disciplinare, ma che non va mai separato da quell’ottica generale di fruizione e di tutela del bene artistico e culturale. Va riconosciuto poi uno spazio al rapporto coi musei: luoghi sì di custodia ma anche di studio e di fruizione di questi beni. Per cui una didattica museale ( per così chiamarla) è necessaria, funzionale, integrativa e prioritaria insieme rispetto agli altri momenti della didattica dei temi culturali, poichè fissa l’idea stessa di bene culturale e offre quest’ultimo a una lettura tanto fruitiva quanto storico-sociale, soprattutto nei musei organizzati secondo le regole della musegrafia attuale che tendono sempre a contestualizzare i temi raccolti , in funzione anche (appunto) didattica. Infine va coltivato il duplice approccio ai temi culturali più volte ricordato: ora personale ora storico-sociale attraverso vie che, da un lato, contestualizzino il bene, da un altro, lo rendano partecipato al soggetto(ovvero capito, gustato, valorizzato). E ciò vale tanto per un romanzo come per un affresco o altro.

L’innovazione didattica, in questo campo, deve essere netta ed in marcia, e lo è proprio perché oggi ai beni culturali stiamo assegnando un ruolo chiave nella nostra cultura e civiltà. Un diritto se non proprio di fatto.

Ma questo è un altro discorso. Urgente anch’esso e anch’esso complesso, ma che qui non può essere affrontato. Va solo tenuto come problema inquietante sullo sfondo della nostra riflessione, che mi auguro (in queste due giornate) possa essere approfondita e proficua per i temi toccati e per le proposte presentate oltrechè per lo scambio di idee e di prospettive che verrà ad alimentare.

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