Un modo di vedere le cose

Arte e stupore infantile
Marco Dallari

In: Tra scuola e museo: lo spazio dell'arte, Città di Torino 2001

È importante che il nostro discorso inizi mettendo in relazione l'oggetto con il soggetto che guarda, affrontando una questione di fondo: non è l'oggetto in quanto tale che dice qualcosa, ma lo sguardo, e la funzione dello sguardo del soggetto che si pone in relazione con quell'oggetto medesimo.
È necessario allora partire da tre istanze fondamentali e paritetiche:

a) Cos'è l'arte. Domanda mai esaurita.

b) Cos'è l'approccio estetico. La Scuola italiana, specialmente quella innamorata delle tassonomie, lo trascura preferendo quello filologico, perché l'estetica riguarda i sentimenti, le emozioni, l'indefinito, ciò che è estetico è, necessariamente, indefinito. A scuola anche l'arte, la poesia, la musica... diventano cose da spiegare con "note a piè di pagina".

c) Cos'è l'approccio pedagogico inteso nell'accezione primaria, originaria, di esigenza di trasmettere sapere. Ma la Pedagogia non è ancora la Didattica.
Essa si chiede il senso dell'educare. Il momento successivo, quello che segue l'indagine di ciò che è l'arte e di ciò che è l'estetica, diventa la trasposizione didattica che, senza i primi due, sarebbe monca.
Il tema dello stupore, del silenzio di fronte all'opera d'arte, "l'intervallo perduto" di cui parla nell'omonimo suo libro Gillo Dorfles, è un tema centrale nell'educazione estetica perché, preoccuparsi dello stupore, è tutto il contrario che preoccuparsi della spiegazione che, invece, vuole annullare lo stupore. Il compito della spiegazione è raffreddare il rapporto con l'oggetto che è un incontro caldo ed emozionale.

Tra le metodologie limitanti che si possono usare (e di fatto spesso sono usate nella scuola) per l'approccio didattico all'arte una è, appunto, quella centrata sulla spiegazione, semplicistica per bambini, ma pur sempre spiegazione. L'altra è quella organizzata intorno all'ossessione del bello. L'idea del "bello" è il tentativo di semplificare, mettere l'etichetta all'approccio sentimentale-emotivo perché è la definizione del rapporto emotivo e, nel momento in cui il rapporto emotivo è definito, è limitato. L'approccio estetico è anche al brutto, al mostruoso, al curioso, all'inquietante, al "perturbante" di cui parla Freud (es. effetti speciali di tanti film/spot di oggi).

Lo stupore è un'esperienza nuova che rompe il flusso.
Se vogliamo far capire ai bambini che cos'è l'approccio estetico a qualcosa, dobbiamo, prima di tutto, programmare l'incontro.

La programmazione è la strategia dell'incontro, non per annullare l'effetto estetico, ma perché tutto fili liscio e non si veda che c'è stata programmazione.
A scuola, la programmazione didattica, purtroppo, molte volte è l'accumularsi di foglietti che chiamiamo "schede" e che dimostrano proprio che abbiamo paura dello stupore dell'incontro con le cose.

Programmare in senso pedagogico ed estetico significa, allora, cercare di ottimizzare l'effetto stupore, quindi mettere il bambino davanti a un fenomeno, un'apparizione che provoca uno scompenso, una rottura del flusso ordinario di percezione.

Gli addetti all'arte dicono che il "bello" fa parte di questo pacchetto di sensazioni. Ed è così. Però l'esperienza del bello associata allo stupore è un'esperienza colta e molto adulta di chi, avendo una cultura raffinata e anche quantitativamente stratificata, può guardare l'opera d'arte "rievocando lo stupore originario".
Lo stupore del bambino è altro. L'estetico è, dunque, un 'esperienza di stupore e poi di distanza estetica: l'intervallo che c'è, nella fruizione, tra oggetto e soggetto.

Molti autori hanno scritto su questo tema, ad esempio, Gillo Dorfles in L'intervallo perduto, ricorda come un'esperienza emotivamente (e quindi esteticamente) positiva, abbia bisogno di un tempo, nel rapporto con l'oggetto, che è diverso per ognuno di noi.

Prima di tutto deve essere chiaro che, nell'incontro con l'opera, si possa perdere tempo, si possa tornare indietro, o magari consumarlo in fretta per poterlo ripensare. Quando parliamo di tempo, non è necessariamente "tanto", può essere anche un solo istante.

È un tempo che ha bisogno di un silenzio interiore, la possibilità che l'adulto stia zitto mentre il bambino pensa, sappia stare sullo sfondo senza togliere al bambino che fa l'esperienza il suo spazio profondo. Quindi, riassumendo, sono importanti due cose:

- l'approccio estetico richiede, prima di tutto, lo stupore e, solo dopo, la spiegazione;
- ci sono strategie didattiche che mirano alla comprensione che è tutt'altra cosa che la spiegazione. Ciò non vuol dire che l'insegnante debba lasciare tutto allo spontaneismo.

Le strategie della comprensione sono ciò che, con un termine un po' semplifìcato, chiamiamo animazione. Tanto per intenderci, l'idea di animazione è diversa dall'idea di insegnamento. Nell'insegnamento, l'adulto è attore. Nell'animazione, l'educatore è regista che predispone un percorso che ciascun bambino può fare, compatibilmente ad un piano di realtà, con tempi e stili diversi.

d) Il concetto di laboratorio è senz'altro, oggi, nella storia della pedagogia/didattica, uno degli spazi più idonei. Ma laboratorio inteso non tanto come uno spazio fisico (se c'è, è meglio), ma come concezione educativa. Il laboratorio è anche un progetto, un piano di lavoro che incomincia in un posto, con un'ipotesi di partenza, attraversa altri spazi e finisce in un luogo ancora diverso, avendo sviluppato una ricerca. Laboratorio dunque come spazio mentale, anche come pratica di auto-formazione permanente.

Sarebbe ideale che esistessero dei luoghi-laboratorio come spazi fisici attrezzati (ad esempio proiettore e diapositive sono indispensabili per l'educazione artistica) in ogni scuola, dove poter portare avanti progetti di classe ed anche individuali. Il laboratorio sarebbe così davvero un luogo affascinante e "familiare" dove si accumula il lavoro dei ragazzi e dove si può lasciare una traccia personale, un prolungamento affettivo (a scuola, di solito, non è possibile).

Nel laboratorio, dunque, si parte dallo stupore, si elaborano i percorsi e, man mano che si va avanti, si riconosce che quello spazio è personale e personalizzato (impronte).

L'arte, diventa pretesto, è usata per fare educazione e non distruzione, per affrontare, lateralmente, per associazione, tutto ciò di cui può parlare esplicitamente o di cui può indurre a parlare insieme: si scopre, allora, che la terza dimensione del rapporto con l'opera d'arte dovrebbe essere il commento, operazione collegiale, maieutica e multimediale perché non si fa solo parlando ma, per esempio, disegnando a partire da un testo visivo, prendendo appunti visivi a partire da quello che sto guardando o da una musica che sto ascoltando. Commento è elaborare linguaggi che, a partire da un testo e da un senso originariamente condiviso, da una comprensione, diventano scambio, work in progress, conversazione, commento visibile, udibile.

Il commento può farci andare fuori tema, ma noi sappiamo anche attraverso la psicologia che, spesso, il "fuori tema" è ciò che ci consente di capire qual è il vero tema, perché è ciò che soggettivizza il discorso e permette all'adulto, o al gruppo di cui il soggetto fa parte, di capire cosa può venir fuori di interessante, per ciascuno di noi, da quella esperienza.

L'estetica, vista attraverso il paradigma fenomenologico (Heidegger, Gadamer), consente di definire senza definire: le cose sono quelle che sono in un certo modo e in un certo tempo e nella relazione con le persone che le usano ed interagiscono con esse. La fenomenologia, così intesa, rifiuta gli "assoluti" concettuali (antiidealistica e antineoplatonica) perché anche i "concetti" (ad esempio: l'Educazione) cambiano senso nella Storia.

Dino Formaggio dice che "l'arte è tutto ciò che gli uomini, nei diversi tempi e nei diversi luoghi, chiamano arte". La citazione, al di là del gioco di parole, è valida nel senso che ci fa capire come l'opera d'arte non è quella che può essere "spiegata" riducendola alla sua didascalia e filologia, ma piuttosto attraverso il meccanismo che io attivo intorno all'opera stessa, il quale deve essere il più rispettoso possibile di una filologia, ma non esaurirsi in essa. Deve essere stupore, curiosità calda e comprensione, approccio autentico.

Tornando alla domanda "Cos'è l'arte" e rispondendo all'interno del paradigma fenomenologico, possiamo dire che è un modo di guardare le cose, è divenire che solo una tassonomica ottusità della cultura occidentale vuoI restringere in una "materia" scolastica. Invece essa si espande e prende senso nel contaminarsi con tutto il resto: l'estetico è, dunque, partire dallo stupore per rifondare i sentimenti e poter simboleggiare.


La sintesi originale dell'intervento é stata curata da M. Angela Donna.
In: Tra scuola e museo: lo spazio dell'arte, Città di Torino 2001

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